biennale arte 011
summer of the arts 02

Evento Collaterale della Biennale Arte di Venezia 2011

Palazzo Bembo, 27 novembre 2011

 

When Attitudes Become
PERSONAL STRUCTURES 4
<Personal Structure 3  

Personal Structure 1>

di Gabriele FRANCIONI

Testo,Contesto

4: When Attitudes Become
4.1: Joseph Kosuth Lawrence Weiner Carl Andre Arnulf Reiner
“A chair is a chair is a chair” (Gertrude Stein?)

Partendo evidentemente da Piero Manzoni, Carl Andre arrivò ad affermare di avere iniziato il proprio percorso artistico realizzando forme, quindi strutture e infine luoghi, concepiti come “piedistallo per il resto del mondo”. In una fase ancora successiva, che potrebbe corrispondere all’oggi, tutti i Maestri presenti a “Personal Structures” diventano essi stessi parte integrante di questi luoghi, scomparendo fisicamente (pochi sono passati da Palazzo Bembo, lasciando una presenza fantasmatica) e trasformandosi in piedistallo immateriale di una scultura-mondo di cui Palazzo Bembo è la prima parte, mentre gli artisti più giovani sono la seconda, che cresce sulla prima grazie al collante costituito dal continuo ragionare della critica e dai “Symposia” di Rietmeyer, De Jongh e Gold.

 

Lawrence Weiner

 

L’artista diventa egli stesso il “language to be looked at” o “the things to be read”, in quanto si annulla nell’opera. E se per Morellet eravamo a un vero e proprio congedo, per gli altri si tratta di semplice passaggio di consegne alle generazioni successive ed esserci ancora significa partecipare, per interposta opera, al Symposium-2011. Ci troviamo, più di 40 anni dopo, dentro un’edizione aggiornata di “Konzeption/Conception”,coerente con l’intento di amplificare la trasmissione e la discussione delle idee. I “Symposia” prodotti da “Personal Structures” dal 2002, infatti, sono continuazione del dibattito teorico che all’epoca si sviluppava su “Artforum” attorno al periodo 1967/1969. L’imprescindibilità del loro “esserci” è infine giustificata dal vincolo storico tra minimalismo e razionalismo De Stijl, quindi tra Stati Uniti e Paesi Bassi, da cui provengono De Jongh e Gold. Ricordiamo anche che la fondamentale “Op losse schroeven; situaties en cryptostructuren” inaugurò allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel marzo del 1969, a pochi giorni di distanza da “When attitudes become form” (Berna).


Lawrence Weiner


4.1.1: The Possibility of J.K.
Questa tautologia “artista=opera” fa sì che il ready-made non venga trovato altrove, fuori da sè, ma in se stessi. Kosuth e Andre sono essi stessi dei ready-made o, detto altrimenti, il loro imprinting si è fatto così costante e ripetitivo, seriale all’infinito, che ormai le loro produzioni appaiono come autogeneratesi, objects trouvées da altri. Le citazioni raccolte da Joseph Kosuth (1945, Stati Uniti) in “The Mind’s Image of Itself”, che arreda, in piccoli font e rettangoli non invasivi di testo, la sala n.15, sembrano quasi delle note redatte da chi ha curato l’impianto elettrico e le ha lasciate lì per caso. L’autorialità delle grande scritte al neon, ad esempio, della mostra kosuthiana al Louvre, viene azzerata. Dall’altra parte, ancora una volta, vi è il dialogo col Palazzo e, immaginandoci una porosità temporale dei muri, coi Bembo posti in ascolto. Meravigliosa l’idea di avere Andrew Putter lì accanto, sì da generare un cortocircuito tra quello che si ascolta - la nenia ottentota - e il chiaro argomentare di Elizabeth Grosz, Samuel Beckett, Paul Klee, Friedrich Nietzsche, Paul Valery, Ludwig Wittgenstein e altri. Lo spaesamento è totale, come se assistessimo alla proliferazione di possibili significati. Kosuth riesce pienamente nel definire l’arte dell’oggi=futuro come discorso filosofico attorno alla natura del linguaggio dell’arte. “I feel no place round me, there’s no end to me” (S.Beckett). Nulla descrive meglio lo sfarinamento autoriale e la sparizione dell’artista nel luogo-piedistallo del mondo.

 

Joseph Kosuth

 

4.1.2: Less Artist than the Art. Enough Weiner to put up a Fight
More Than Enough” di Lawrence Weiner (1940 o 1942? Stati Uniti) è circondato dall’aura performativa di Marina Abramovic e Xing Xin, cui è accostato per la condivisione della dimensione politica. Nessuno di loro costruisce il pezzo d’arte: il pezzo non ha bisogno di essere costruito. è sufficiente l’attitudine. Possibilmente l’attitudine alla lotta. Nel vortice delle sale 21/24, attorno alla corte di luce del palazzo, si discute di emarginazione, costrizione, insurrezione. Eppure nulla sembra rappresentare o narrare qualcosa. Weiner è un po’ il fulcro di questo movimento a spirale degli artisti politici (unire i punti dal 21 al 24) e prende in mezzo Tony Matelli, intrappolato nella sua sala, deposto a mezz’aria. Per l’artista del Bronx, tanto più declamatorio quanto più è elusivo, parla l’opera e vale ciò che si è detto prima per i Maestri.

 

Joseph Kosuth

 

Dal momento che, poi, le Verità non sono altro che “illusioni che ci siamo dimenticati essere tali” (F. Nietzsche, da Joseph Kosuth), i grafismi disposti a mo’ di megaphones/mega-fonts inclinati e futuristici, sembrano questionare una rivoluzione allusiva, senza certezza di verità, giocando per incastri di parole e meccanismi linguistici. Il risultato è che, senza volerlo, mettiamo la miccia all’opera di Matelli lì presente, perché le nostre associazioni mentali collegano evocazioni di pistole ed esplosivi “leggendo” Weiner, anche se nulla in realtà viene detto. Tutto è piccolo e ridotto, “grazie” alle dimensioni veneziane. In questa città, poi, pare impossibile usare parole senza doppio senso, senza maschera. Riduzione-adattamento-ambiguità-maschera: ce n’è abbastanza per far scomparire definitivamente l’artista e lasciar decantare in soluzione alchemica ciò che di esso rimane. Spezzoni di frasi, in grado, forse, di stratificare lentamente nella testa del visitatore, generandovi una reazione a ore di distanza dal suo passaggio in palazzo.
 

Carl Andre e Arnulf Reiner


4.1.3: Criss-crossing. Carl Andre Arnulf Reiner
Nella prima sala che affaccia sul Canal Grande, dopo aver girato attorno al vuoto nero bruciato di Endo, eravamo approdati al trionfo di luce di Palazzo Bembo, dove al massimo di evidenza apparente corrisponde invece l’assoluto mutismo della croce di Carl Andre (Stati Uniti, 1935), “Untitled”, triplicata dalle analoghe forme appese di Arnulf Reiner (Austria, 1929).

Eppure, riscaldate dalla testa in legno dipinto e dalla luce veneziana, anche queste asserzioni di “minimalismo delle origini” vedono salire la propria temperatura espressiva e, seppur manifesto dell’uso delle serie e del metallo, come 40 anni fa, dimostrano, insieme alle analoghe ricontestualizzazioni pinaultiane di altri maestri coevi, che l’Intorno e l’ambientazione attenta (se non proprio la concezione site specific, come non è in questo caso) possono restituire vita(lità) alla versione algida di un modo di concepire le arti visive ormai approdato alla propria versione calda, colorata, emotiva, soggettiva.

 

Carl Andre e Arnulf Reiner

 

 

oscur/azioni

summer of the arts 2011

01 giugno > 27 novembre