biennale arte 011
summer of the arts 02

Evento Collaterale della Biennale Arte di Venezia 2011

Palazzo Bembo, 27 novembre 2011

 

Edifici-Tempo
PERSONAL STRUCTURES 2
<Personal Structure 1  

Personal Structure 3>

di Gabriele FRANCIONI
Testo, Contesto

 

1: Gli Edifici-Tempo
I concetti di Tempo, Spazio ed Esistenza, applicati a Venezia, fanno pensare al lavoro di Roman Opalka (1931): ogni giorno la Serenissima viene fotografata infinite volte, al punto che saremmo in grado d’intuirne l’impercettibile evoluzione in un’ipotetica galleria d’immagini scattate dai turisti appostati, ad esempio, di fronte al Ponte dei Sospiri. Vivendo due secoli, potremmo così riconoscere i tracciati di infiniti spostamenti e movimentazioni davanti a quel ponte, prevalentemente orizzontali (persone, cose), ma non coglieremmo alcuna variazione sostanziale nel corpo fisico della città. Da quando Venezia ha interrotto la produzione di manufatti e opere d’arte, con l’arrivo di Napoleone (1797), il suo corpo sociale ha, prima, smesso di agire sul corpo fisico e sugli edifici, ponendo fine a ogni nuova costruzione o fabbrica (matrici delle variazioni verticali nella silhouette urbana), poi si è ritirato altrove, abbandonando la scena. è ancora presente in città, ma è imploso in una dimensione atemporale che possiamo definire “permanenza”, piuttosto che Esistenza vera e propria.

 


L’Esistenza comunemente intesa non è propria di Venezia, che va letta piuttosto come categoria del pensiero, adatta solo alle elaborazioni del vivere interiormente. Come succede al protagonista di “Andrea o I Ricongiunti” (1929) nel romanzo di Hugo von Hofmannsthal, costretto a spostarsi da Vienna fino in Laguna per compiere il suo iter iniziatico. Solo a chi, come Andrea, si pone dietro la Maschera - e le facciate dei palazzi sul Canal Grande sono esse stesse maschere - è concesso il privilegio di scomparire, sdoppiarsi e sperimentare l’immensa tavola del possibile. Durante l’esperienza di Andrea, il tempo si blocca: le calli e le pagine del libro sono percorse solo da una serie di moltiplicazioni del Sé, che poi torneranno a ricomporsi. Venezia, appunto, come categoria del pensiero.
Il locus non è più “abitato”, di fatto, da oltre 200 anni, ma solo attraversato e percorso orizzontalmente. La popolazione veneziana, composta da residenti, turisti e studenti, è un elemento accessorio e transitorio, sostituita dai veri e unici protagonisti: gli edifici (e l’acqua che accoglie il loro doppio, sub specie d’immagine riflessa).
I palazzi veneziani definiscono lo Spazio e trattengono il Tempo. Nello specifico, raccolgono ed espongono più di 1300 anni di storia (421 d.C.-1797 d.C.). Sono diventati veri e propri edifici-tempo, entro i quali è arduo vivere normalmente. Solo chi non è nato qui è in grado di prendere le distanze da essi, analizzarli e comprenderli per ciò che rappresentano effettivamente e, infine, iniziare a dialogare con la pietra d’Istria, il mattone, il vetro. Gli Edifici-Tempo si donano sotto forma di: accumulo di Storia (a) e di spazi in cui perdere la cognizione del tempo presente (b). In entrambi i casi è impossibile non restituire loro qualcosa, dopo aver ricevuto così tanto.

 



1.1: Testo e Contesto: esempi antitetici del rapporto con gli Edifici-Tempo

Visitando “Personal Structures” è possibile vedere una splendida opera di Judy Millar (1957), “Il Passaggio della Fortuna”, che spiega magistralmente come sia possibile stabilire un dialogo con gli Edifici-Tempo: “(…)Ho a disposizione un ambiente profondo 6 metri, ma il quadro è lungo 20. (…)Dovrà innalzarsi, uscire dalla finestra e rientrare”.

Una voluta lignea, dipinta e stampata su entrambi i lati, si dispiega come una lingua arancione e nera che si alza verso l’alto per adattarsi al contesto. Il Testo si piega, letteralmente, alle esigenze del Contesto.
Millar parla, nella presentazione pubblicata sul catalogo della mostra, di una sua recente predisposizione per le grandi dimensioni. Da questo punto di vista risulta assolutamente pertinente, ed esemplare, il parallelo tra il gigantismo dei quadri di Julian Schnabel “esposti” al Museo Correr (“Julian Schnabel. Permanently Becoming and the Architecture of seeing” ) e la geniale intuizione dell’artista neozelandese. Le tele più recenti del pittore-regista americano, grandi quanto una piazza d’armi, sono disposte del tutto casualmente nelle prime sale del museo, senza la minima attenzione (o una scarsa attenzione), tra le altre cose, per gli aspetti relativi all’illuminazione. Possiamo parlare di vera e propria invasione dello/intrusione nello spazio da parte di opere (già di per sé discutibili) che dichiarano guerra all’Edificio-Tempo, posto nell’Ala Napoleonica sul lato di Piazza San Marco antistante la Basilica. Non proprio un luogo qualunque.
L’espressionismo un po’ spento di Schnabel viene completamente sovrastato dalla bellezza del Correr, cui peraltro tenta di opporsi vanamente, mentre “Il Passaggio della Fortuna” gioca con la parete e le finestre di Palazzo Bembo, simulando una stupefacente danza cromatica e dei materiali (il legno che “buca” il muro, la pietra e il mattone).
 

Piero Bembo


L’ardito accostamento Millar/Schnabel, oltre a dirci molto sulle bizzarre dinamiche del mercato (l’opera presentata a P. Bembo si pone come capolavoro assoluto dell’arte contemporanea, ma gode di un’esposizione ridotta rispetto all’amplificazione mediatica garantita al pittore statunitense), ci racconta quindi quanto sia complesso, ma necessario e stimolante, non solo abitare, ma anche “usare” il corpo fisico, l’insieme edilizio della città lagunare. Nella fattispecie, per l’allestimento di mostre d’arte. Non si tratta, però, solo di tracciare i confini tra ciò che può o non può dirsi “site specific”: non è corretto limitare l’approccio di De Jongh e Gold a questa definizione di campo. A Venezia ogni azione artistica è necessariamente site specific, altrimenti, non curandosi degli spazi espositivi, finisce col rientrare nella corrente di pensiero che discetta di “città-museo-contenitore”, nascondendo l’incapacità di cogliere l’importanza primaria dell’intreccio tra Testo e Contesto.

 

Karlyn De Jongh

 

“Personal Structures” è l’unico evento, tra quelli interni ed esterni alla Biennale, che ha sviluppato correttamente e in maniera assolutamente creativa gli aspetti curatoriale ed espositivo come un unicum inscindibile.
Curatori sensibili, attenti e innovativi come De Jongh e Gold devono poi essere affiancati e supportati da una critica di settore che non attraversi turisticamente, orizzontalmente la Biennale, e quindi anche “Personal Structures”, al solo scopo di registrare l’affermarsi di nuove tendenze, il presunto ritorno di alcuni media e le variazioni nel borsino degli artisti, ma affronti la città come opera d’arte deputata ad accogliere altre opere d’arte, fuori dalle categorie convenzionali di museo aut mostra temporanea aut galleria.
 

Sarah Gold


1.1.1: Testo e Contesto: l’esempio di “Personal Structures” come metodologia complessiva nell’approccio agli Edifici-Tempo

è chiaro, quindi (punti 1. e 1.1.), come Palazzo Bembo sia l’interlocutore principale per De Jongh, Gold e gli artisti da loro selezionati. Chi vive qui ricordava, prima di “Personal Structures”, solo l’hotel posto all’ultimo piano, ma questo è un Edificio-Tempo che riassume la storia più nobile di Venezia: similmente ai fondatori della città, anche i Bembo fuggivano dalle invasioni barbariche quando arrivarono a Rivo Alto e costruirono, alla fine del ‘300, il palazzo che affaccia sul ponte. Rialto, poi, è stato il primo nucleo abitativo veneziano, carico di valori simbolici. Giuliano De’ Medici soggiornò in palazzo esattamente 500 anni fa, portando un po’ di aura rinascimentale fiorentina nei luoghi del gotico e del bizantino. Infine, ci piace pensare che l’attività dei Bembo, commercianti di carbone - l’entrata del palazzo è proprio su Riva del Carbon - trovi una eco sensibile e fisica, tangibile nelle opere di Toshikatsu Endo e Herman De Vries, che usano in forma diversissima, ma egualmente evocativa, il legno combusto.

 

Francesco Guardi


Con il contributo indiretto ed “esterno”, ma fondamentale, del collezionista Andre Carez, le curatrici hanno potuto concentrarsi sul recupero degli spazi di Palazzo Bembo destinati al loro allestimento. L’attenzione per questo passaggio fondamentale - se si vuole lavorare a Venezia - definisce l’abisso tra “P.S.” e gli altri eventi d’arte dell’estate veneziana. Un altro importante Edificio-Tempo che affaccia sul Canal Grande è stato restaurato di recente da una fondazione privata e destinato a mostre d’arte, ma, una volta portati a termine i lavori, sono stati trascurati aspetti fondamentali dell’esposizione, come quello di dotare tutte le pareti di un fondo (pannelli rimovibili o pittura o altro) coerente e dialogante con l’opera accostata o fissata ad essi.

 

Herman De Vries


Alcune pareti di P. Bembo, invece, SONO l’opera stessa (Peter Halley, Joseph Kosuth, Roman Opalka, Lawrence Wiener, Zou Cao) e la sensazione che si prova, entrando nelle sale di “P.S.”, è quella di un’integrazione formale e cromatica di Testo e Contesto così completa, da rendere difficile immaginarsi il palazzo senza gli stessi Opalka, Kosuth, Zou Cao o la "Maria de la Quellerie" di Andrew Putter, che, da una piccola edicola ricavata nel cul de sac di un breve corridoio, ci parla d’incroci e pacificazioni tra culture (olandese e Ottentotta), intonando una ninnananna senza tempo. Come Maria dalla seconda metà del XVII° secolo, anche l’edificio sembra tornare a parlare dal/del XIV° attraverso la voce e i click-sounds (schiocchi) di una lingua quasi scomparsa.
 

Tashikatsu Endo


Nessun ente o privato italiano sarebbe stato in grado di iniziare e completare i lavori di recupero in pochi mesi, com’è successo nel caso di Palazzo Bembo. La nostra convinzione è, quindi, che solo operatori, fondazioni, istituzioni, curatori e sponsor internazionali abbiano la capacità d’intendere Venezia in modo appropriato, grazie a quella distanza di sguardo intellettuale che l’Italia si ostina a non avere, intenta com’è a sotterrarsi e quindi scomparire culturalmente (il Padiglione Italia e il Padiglione Venezia 2011 sono la pietra tombale posta sull’ultimo Ventennio).
Noi auspichiamo un sempre più diffuso intervento proveniente dall’estero, che renda la città un vero e proprio porto franco della Cultura della globalizzazione nel terzo millennio.

 

 

oscur/azioni

summer of the arts 2011

01 giugno > 27 novembre