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Testo, Contesto
1: Gli
Edifici-Tempo
I concetti di Tempo, Spazio ed Esistenza, applicati a Venezia, fanno
pensare al lavoro di Roman Opalka (1931): ogni giorno la Serenissima viene
fotografata infinite volte, al punto che saremmo in grado d’intuirne
l’impercettibile evoluzione in un’ipotetica galleria d’immagini scattate dai
turisti appostati, ad esempio, di fronte al Ponte dei Sospiri. Vivendo due
secoli, potremmo così riconoscere i tracciati di infiniti spostamenti e
movimentazioni davanti a quel ponte, prevalentemente orizzontali (persone,
cose), ma non coglieremmo alcuna variazione sostanziale nel corpo fisico
della città. Da quando Venezia ha interrotto la produzione di manufatti e
opere d’arte, con l’arrivo di Napoleone (1797), il suo corpo sociale ha,
prima, smesso di agire sul corpo fisico e sugli edifici, ponendo fine a ogni
nuova costruzione o fabbrica (matrici delle variazioni verticali nella
silhouette urbana), poi si è ritirato altrove, abbandonando la scena.
è ancora presente in città,
ma è imploso in una dimensione atemporale che possiamo definire
“permanenza”, piuttosto che Esistenza vera e propria.

L’Esistenza comunemente intesa non è propria di Venezia, che
va letta piuttosto come categoria del pensiero, adatta solo alle
elaborazioni del vivere interiormente. Come succede al protagonista di
“Andrea o I Ricongiunti” (1929) nel romanzo di Hugo von Hofmannsthal,
costretto a spostarsi da Vienna fino in Laguna per compiere il suo iter
iniziatico. Solo a chi, come Andrea, si pone dietro la Maschera - e le
facciate dei palazzi sul Canal Grande sono esse stesse maschere - è concesso
il privilegio di scomparire, sdoppiarsi e sperimentare l’immensa tavola del
possibile. Durante l’esperienza di Andrea, il tempo si blocca: le calli e le
pagine del libro sono percorse solo da una serie di moltiplicazioni del Sé,
che poi torneranno a ricomporsi. Venezia, appunto, come categoria del
pensiero.
Il locus non è più “abitato”, di fatto, da oltre 200 anni, ma solo
attraversato e percorso orizzontalmente. La popolazione veneziana, composta
da residenti, turisti e studenti, è un elemento accessorio e transitorio,
sostituita dai veri e unici protagonisti: gli edifici (e l’acqua che
accoglie il loro doppio, sub specie d’immagine riflessa).
I palazzi veneziani definiscono lo Spazio e trattengono il Tempo. Nello
specifico, raccolgono ed espongono più di 1300 anni di storia (421 d.C.-1797
d.C.). Sono diventati veri e propri edifici-tempo, entro i quali è arduo
vivere normalmente. Solo chi non è nato qui è in grado di prendere le
distanze da essi, analizzarli e comprenderli per ciò che rappresentano
effettivamente e, infine, iniziare a dialogare con la pietra d’Istria, il
mattone, il vetro. Gli Edifici-Tempo si donano sotto forma di: accumulo
di Storia (a) e di spazi in cui perdere la cognizione del tempo
presente (b). In entrambi i casi è impossibile non restituire loro
qualcosa, dopo aver ricevuto così tanto.

1.1: Testo e Contesto: esempi antitetici del rapporto con gli
Edifici-Tempo
Visitando “Personal Structures” è possibile vedere una splendida opera di
Judy Millar (1957), “Il Passaggio della Fortuna”, che spiega
magistralmente come sia possibile stabilire un dialogo con gli
Edifici-Tempo: “(…)Ho a disposizione un ambiente profondo 6
metri, ma il quadro è lungo 20. (…)Dovrà innalzarsi, uscire dalla finestra e
rientrare”.
Una voluta
lignea, dipinta e stampata su entrambi i lati, si dispiega come una lingua
arancione e nera che si alza verso l’alto per adattarsi al contesto. Il
Testo si piega, letteralmente, alle esigenze del Contesto.
Millar parla, nella presentazione pubblicata sul catalogo della mostra, di
una sua recente predisposizione per le grandi dimensioni. Da questo punto di
vista risulta assolutamente pertinente, ed esemplare, il parallelo tra il
gigantismo dei quadri di Julian Schnabel “esposti” al Museo Correr (“Julian
Schnabel. Permanently Becoming and the Architecture of seeing” ) e la
geniale intuizione dell’artista neozelandese. Le tele più recenti del
pittore-regista americano, grandi quanto una piazza d’armi, sono disposte
del tutto casualmente nelle prime sale del museo, senza la minima attenzione
(o una scarsa attenzione), tra le altre cose, per gli aspetti relativi
all’illuminazione. Possiamo parlare di vera e propria invasione
dello/intrusione nello spazio da parte di opere (già di per sé
discutibili) che dichiarano guerra all’Edificio-Tempo, posto nell’Ala
Napoleonica sul lato di Piazza San Marco antistante la Basilica. Non proprio
un luogo qualunque.
L’espressionismo un po’ spento di Schnabel viene completamente sovrastato
dalla bellezza del Correr, cui peraltro tenta di opporsi vanamente, mentre
“Il Passaggio della Fortuna” gioca con la parete e le finestre
di Palazzo Bembo, simulando una stupefacente danza cromatica e dei materiali
(il legno che “buca” il muro, la pietra e il mattone).

Piero Bembo
L’ardito accostamento Millar/Schnabel, oltre a dirci molto sulle bizzarre
dinamiche del mercato (l’opera presentata a P. Bembo si pone come
capolavoro assoluto dell’arte contemporanea, ma gode di un’esposizione
ridotta rispetto all’amplificazione mediatica garantita al pittore
statunitense), ci racconta quindi quanto sia complesso, ma necessario e
stimolante, non solo abitare, ma anche “usare” il corpo fisico, l’insieme
edilizio della città lagunare. Nella fattispecie, per l’allestimento di
mostre d’arte. Non si tratta, però, solo di tracciare i confini tra ciò che
può o non può dirsi “site specific”: non è corretto limitare l’approccio di
De Jongh e Gold a questa definizione di campo. A Venezia ogni azione
artistica è necessariamente site specific, altrimenti, non curandosi degli
spazi espositivi, finisce col rientrare nella corrente di pensiero che
discetta di “città-museo-contenitore”, nascondendo l’incapacità di cogliere
l’importanza primaria dell’intreccio tra Testo e Contesto.

Karlyn De
Jongh
“Personal
Structures” è l’unico evento, tra quelli interni ed esterni alla
Biennale, che ha sviluppato correttamente e in maniera assolutamente
creativa gli aspetti curatoriale ed espositivo come un unicum inscindibile.
Curatori sensibili, attenti e innovativi come De Jongh e Gold devono poi
essere affiancati e supportati da una critica di settore che non attraversi
turisticamente, orizzontalmente la Biennale, e quindi anche “Personal
Structures”, al solo scopo di registrare l’affermarsi di nuove tendenze, il
presunto ritorno di alcuni media e le variazioni nel borsino degli artisti,
ma affronti la città come opera d’arte deputata ad accogliere altre opere
d’arte, fuori dalle categorie convenzionali di museo aut mostra temporanea
aut galleria.

Sarah Gold
1.1.1: Testo e Contesto: l’esempio di “Personal Structures” come
metodologia complessiva nell’approccio agli Edifici-Tempo
è chiaro, quindi (punti 1. e
1.1.), come Palazzo Bembo sia l’interlocutore principale per De
Jongh, Gold e gli artisti da loro selezionati. Chi vive qui ricordava, prima
di “Personal Structures”, solo l’hotel posto all’ultimo piano, ma questo è
un Edificio-Tempo che riassume la storia più nobile di Venezia:
similmente ai fondatori della città, anche i Bembo fuggivano dalle invasioni
barbariche quando arrivarono a Rivo Alto e costruirono, alla fine del ‘300,
il palazzo che affaccia sul ponte. Rialto, poi, è stato il primo nucleo
abitativo veneziano, carico di valori simbolici. Giuliano De’ Medici
soggiornò in palazzo esattamente 500 anni fa, portando un po’ di aura
rinascimentale fiorentina nei luoghi del gotico e del bizantino. Infine, ci
piace pensare che l’attività dei Bembo, commercianti di carbone - l’entrata
del palazzo è proprio su Riva del Carbon - trovi una eco sensibile e fisica,
tangibile nelle opere di Toshikatsu Endo e Herman De Vries,
che usano in forma diversissima, ma egualmente evocativa, il legno combusto.

Francesco
Guardi
Con il contributo indiretto ed “esterno”, ma fondamentale, del collezionista
Andre Carez, le curatrici hanno potuto concentrarsi sul recupero degli spazi
di Palazzo Bembo destinati al loro allestimento. L’attenzione per questo
passaggio fondamentale - se si vuole lavorare a Venezia - definisce l’abisso
tra “P.S.” e gli altri eventi d’arte dell’estate veneziana. Un altro
importante Edificio-Tempo che affaccia sul Canal Grande è stato restaurato
di recente da una fondazione privata e destinato a mostre d’arte, ma, una
volta portati a termine i lavori, sono stati trascurati aspetti fondamentali
dell’esposizione, come quello di dotare tutte le pareti di un fondo
(pannelli rimovibili o pittura o altro) coerente e dialogante con l’opera
accostata o fissata ad essi.

Herman De
Vries
Alcune pareti di P. Bembo, invece, SONO l’opera stessa (Peter
Halley, Joseph Kosuth, Roman Opalka, Lawrence Wiener, Zou Cao) e la
sensazione che si prova, entrando nelle sale di “P.S.”, è quella di
un’integrazione formale e cromatica di Testo e Contesto così completa, da
rendere difficile immaginarsi il palazzo senza gli stessi Opalka, Kosuth,
Zou Cao o la "Maria de la Quellerie" di Andrew Putter, che, da una
piccola edicola ricavata nel cul de sac di un breve corridoio, ci parla
d’incroci e pacificazioni tra culture (olandese e Ottentotta), intonando una
ninnananna senza tempo. Come Maria dalla seconda metà del XVII° secolo,
anche l’edificio sembra tornare a parlare dal/del XIV° attraverso la voce e
i click-sounds (schiocchi) di una lingua quasi scomparsa.

Tashikatsu
Endo
Nessun ente o privato italiano sarebbe stato in grado di iniziare e
completare i lavori di recupero in pochi mesi, com’è successo nel caso di
Palazzo Bembo. La nostra convinzione è, quindi, che solo operatori,
fondazioni, istituzioni, curatori e sponsor internazionali abbiano la
capacità d’intendere Venezia in modo appropriato, grazie a quella distanza
di sguardo intellettuale che l’Italia si ostina a non avere, intenta com’è a
sotterrarsi e quindi scomparire culturalmente (il Padiglione Italia e il
Padiglione Venezia 2011 sono la pietra tombale posta sull’ultimo Ventennio).
Noi auspichiamo un sempre più diffuso intervento proveniente dall’estero,
che renda la città un vero e proprio porto franco della Cultura della
globalizzazione nel terzo millennio.
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