biennale arte 011
summer of the arts 02

Evento Collaterale della Biennale Arte di Venezia 2011

Palazzo Bembo, 27 novembre 2011

 

Esistenze nella Luce
PERSONAL STRUCTURES 3
<Personal Structure 2  

Personal Structure 4>

di Gabriele FRANCIONI

Testo,Contesto

3: Esistenze e non esistenze nella luce
3.1: Prantl, Morellet, Miyajima
“(…) Per me il cinetismo è ciò che accade nello spirito dello spettatore, quando il suo occhio è obbligato a organizzare un campo percettivo che si presenta necessariamente instabile (…). Ci sono molteplici realtà che si alternano, secondo dei meccanismi che si collegano strettamente alla psicologia (…). L’occhio non ha affatto una funzione di recettore passivo di informazioni visive. Ciò che mi stupisce di più è come le arti e le scienze si ricongiungano di nuovo(…)”

(Victor Vasarely, 1953, “Note per un Manifesto”).

 


Miriam Prantl

 

Dopo lo spazio-cavedio di Palazzo Bembo, all’interno del quale le curatrici hanno posizionato opere-manifesto, la visita della mostra può continuare stabilendo interconnessioni tra sale anche distanti tra di loro, creando così delle triangolazioni sotto-tematiche che rendono il ruolo dello spettatore più partecipativo. De Jongh e Gold - a loro volta - tessono una tela curatoriale, un percorso intrecciato che, come le textures di Sakurai o gli strati di Kretschmer, deve essere letto nel profondo dall’occhio mobile di chi guarda per cogliere anche i nessi col tempo passato.

 

Miriam Prantl

 

10 maestri si legano a 18 artisti più giovani: occorre fare come suggerisce Tatsuo Miyajima nella sua definizione di “The Life”: “connect with everything”.
Miriam Prantl (Austria, 1965) con il suo “MANAF”, crea delle sculture sensoriali, la cui natura cinetica sta nelle sensibili variazioni cromatiche e d’intensità (determinate da un sequencer) dei led luminosi fissati sui lati di 4 unità prismatiche in legno (cubi bianchi) applicate alla parete del corridoio aperta sulla sala d’ingresso.

 

Miriam Prantl

 

Ponte tra Girardoni e Miyajima, che è posizionato al termine del percorso espositivo, Prantl ha lavorato sulle tracce di Victor Vasarely, sia nelle sue opere di pittura (se vogliamo) “neo-Op”, sia nei lavori misti, in cui moduli geometrici si alternano a strisce di led luminosi, anch’essi collegati a un sequencer, come nello splendido “Lichtinstallation o8” (2009), cui “MANAF” è strettamente legato.

Come per “Warp Time with Warp Self No.2” e “Pile up Life No.5 & 6” di Tatsuo Miyajima (Giappone, 1957), la luce attraversa fasi di esistenza e non (o “diversa”) esistenza, apparendo e scomparendo, entrando nel campo interpretativo dell’occhio del visitatore, nel “SELF” di cui parla l’artista giapponese.

 

Miriam Prantl

 

 I tempi di percezione in Prantl sono più compressi e l’esperienza sfiora i bordi emozionali, mentre la successione ordinata di attivazione dei led numerici di Miyajima, dall’1 al 9 (“esistenze”), nelle opere disposte a terra e a parete, induce una lettura più raccolta, anche se non oggettiva. L’emotività è qui tutta nella percezione dei rossi pulsanti.

 

Tatsuo Miyajima

 

Arrivati allo “zero” escluso dalla serie, meditiamo: esso, il non-esistente, la sottrazione di luce, induce l’idea di possibilità infinite (apertura) o di nulla come morte (chiusura). Miyajima include nel termine “Life” sia vita che morte, come preparazione congiunta a un’altra (forma di) “Life”, piuttosto che parlare di mera non-esistenza. Ecco allora che “Warp” e “Pile” - piegare e creare pile di vita - aprono una prospettiva vitale, dove l’arte programmata confonde la propria matrice scientifica, oggettiva.

 

Tatsuo Miyajima


La presenza di François Morellet (Francia, 1926), oltre che contribuire a fare di “Personal Structures” un evento che verrà probabilmente letto come seminale, nel corso degli anni, in quanto a capacità di mostrare “der stand der dinge” o lo zeitgeist dell’arte concettuale in continua evoluzione, riporta lo sguardo sull’arte programmata al suo grado zero, alle origini della ricerca.

 

François Morellet


“Lamentable 8m20 Rouge” è una scultura composta da brevi ma tesissimi archi di neon rosso-arancione, combinati fra loro in maniera tale da sembrar cadere dall’alto casualmente, con un approccio al suolo che sembra rimarcare l’accumulo stocastico. L’intervento soggettivo è già tutto nell’ironica corrispondenza tra titolo e fallito tentativo di realizzare un cerchio di diametro definito (“Following the limitations of geometry, I started concentrating on the geometry of limitations (…)”): è la soggettività dell’autore che non stabilisce azione-reazione col visitatore. L’opera contiene già risposte, nella sua imperfetta perfezione. Non che ci dovessimo aspettare i bottoni interattivi di altri lavori, anzi. Verifichiamo piuttosto che, tornati al grado zero del ragionamento sulla luce programmata e al di là della bellezza di “Lamentable”, il rapporto fra spazio, tempo e immagine sembra sfumare in un paradossale formalismo autoreferenziale.

 

 

oscur/azioni

summer of the arts 2011

01 giugno > 27 novembre