festival intern. del film di roma

VII edizione

 

Roma Capitale, 09  / 17 novembre 2012

 

 

Intervista a Marilyne Fontaine

Premio per la migliore attrice emergente

con un enfant de toi di Jacques Doillon

 

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di Azzurra SOTTOSANTI

KINEMATRIX Ciao Marilyne. E grazie di aver accettato quest’intervista per Kinematrix. Hai appena ricevuto il Premio come Miglior Attrice Emergente al Festival Internazionale del Film di Roma per la tua interpretazione del personaggio di Gaëlle nel film UN ENFANT DE TOI di Jacques Doillon. Dunque la mia prima domanda per te è: Come ci si sente a ricevere un premio tanto prestigioso? Che cos’hai pensato quando hai saputo di aver vinto?

MF Innanzitutto non ci ho creduto. Il giorno prima ho ricevuto un sms nel quale mi veniva data la notizia. Il giorno dopo prendevo un aereo per Roma e Marco Müller mi consegnava questo premio come Miglior Attrice Emergente, per il quale non sapevo nemmeno di essere candidata. Non mi aspettavo un simile riconoscimento, anche perché, di fatto, compaio sullo schermo soltanto per 10 minuti. Sono molto fiera di questo film e di Jacques, che mi ha affidato questo ruolo; ma sono anche commossa e agitata, perché si tratta del mio primo ruolo al cinema e del mio primo film! Perciò con questo premio all’interpretazione il Festival di Roma mi ha dato un riconoscimento inatteso e mi ha fatto un immenso onore.


Quello che ha colpito il pubblico – ed evidentemente anche la giuria che ti ha conferito il premio – è stata l’autenticità della tua interpretazione, la naturalezza con cui hai interpretato il personaggio di Gaëlle. Allo spettatore giunge l’impressione di una grande lucidità, il coraggio di una donna che soffre e che rimane tuttavia serena, fredda, talvolta emotivamente distaccata, poiché conosce l’uomo che ha accanto e ha sempre saputo i rischi a cui sarebbe andata incontro impegnandosi in una relazione con lui. Ti è mai capitato di trovarti in una situazione simile?

 

Gaëlle è una donna molto indipendente, libera, disillusa, senza peli sulla lingua. Sicura di sé, non le capita spesso di dubitare. Personalmente, io sono di natura piuttosto ansiosa e sono costantemente in preda al dubbio. L’aspetto nel quale mi ritrovo di più è, invece, proprio questo lato distaccato della sua personalità. Essendo sempre estremamente lucida, Gaëlle mantiene a debita distanza ciò che sa che può ferirla. Tremendamente innamorata della vita, per proteggersi dall’infelicità, preferisce vivere senza legami. Prende la vita a piene mani e in questo senso anch’io sono un po’ così. Essendo stata ferita in amore, ho imparato presto che bisogna proteggersi ed evitare d’illudersi.
Non credo nell’ ”amore eterno” tantomeno nell’impegno, perché per me l’amore, come la vita, è qualcosa d’imprevedibile. Anch’io mi definisco lucida e perspicace, ma anche piuttosto terra terra come Gaëlle. Tuttavia penso di essere meno sarcastica di lei. Quanto alla sua freschezza e alla spontaneità, quelle provengono dalla sceneggiatura e dalle indicazioni di Jacques.

Com’è stato per te lavorare con Jacques Doillon? Puoi dirci qualcosa su di lui come regista, sul suo modo di dirigere gli attori?

Ho incontrato Jacques al conservatorio. Era stato mio insegnante due anni prima, insieme a Philippe Garrel. Jacques è un regista formidabile, che lavora essenzialmente sul ritmo. Con lui è tutto estremamente preciso. Una sorta di lavoro di oreficeria sui silenzi, i tempi, le rotture, le pause, i momenti di tensione. Sono i piccoli dettagli e i movimenti che fanno sì che una scena abbia luogo. Lui lavora molto con i piani-sequenza e questo offre agli attori la possibilità di fare un’esperienza straordinaria del tempo. Si attraversa qualcosa di palpabile, fisicamente. Essendo tanto costretti e tanto liberi allo stesso tempo, si è pieni di certezze e di dubbi. E io credo che sia proprio questo quello che ricerca Jacques durante le riprese: la flessibilità dei suoi attori. Privi di un vero equilibrio e in ascolto costante del proprio partner, con lui gli attori si trovano sempre sulla corda e in situazioni di perenne contraddizione.
È una mescolanza di caldo e di freddo, di felicità e di sofferenza, di risate e di lacrime, “ di tristezza e di gioia”, come direbbe Truffaut. Quando recito, sono un po’ come un bambino: so tutto e niente allo stesso tempo.
 

Ti va di raccontarci il tuo provino?
 

Jacques mi ha contattata due mesi dopo la fine del conservatorio per chiedermi di andare a sostenere un provino nel pomeriggio negli uffici della produzione. Proprio quella sera avevo la prima di uno spettacolo a teatro e ho dovuto farmi sostituire. Appena arrivata, mi ha presentata a Samuel Benchetrit (il protagonista maschile del film, n.d.r.) e mi ha consegnato due testi da imparare. Samuel mi dava le battute, così abbiamo provato diverse volte le scene. Jacques ci ha indirizzati nell’interpretazione dei personaggi. Io dovevo essere seduttiva, gioiosa, leggera, sincera e innamorata. Un’ora più tardi sono andata via da lì piuttosto angosciata e insoddisfatta della mia prova. Il giorno seguente, a mezzogiorno, Jacques mi chiama per dirmi: “Ok, sei tu. La produzione ti chiamerà a breve”. Due ore dopo, la produzione mi annunciava le date delle riprese.

Tu provieni dal teatro. Hai interpretato Strindberg, Ionesco, Musset...
Com’è stato per te il passaggio al cinema?

Ho adorato quest’esperienza!
è vero che ho studiato otto anni in una scuola d’arte drammatica e che ho recitato prevalentemente a teatro. Amo il palcoscenico, il rapporto col pubblico e il fatto che è diverso ogni sera! Al cinema il ritmo è più discontinuo, non si vive per due ore dentro al proprio personaggio, si fa andate e ritorni (ci sono voluti 9 giorni di riprese per la mia parte), in un mese e mezzo. Si girano le scene in maniera disordinata e si scopre giorno per giorno quale sarà il luogo delle riprese, il che è abbastanza problematico.
È una ginnastica dello spirito. L’impegno in termini di tempo è piuttosto serrato, senza contare che talvolta bisogna anche adattarsi ai capricci meteorologici. È una cosa che richiede molta efficienza e pazienza. Inoltre, a differenza del teatro, si ritorna nuovamente sul proprio personaggio a distanza di tempo, una volta cioè che il film è stato montato ed è uscito nelle sale. Io stessa, d’altronde, ho riscoperto il mio personaggio proprio in quel momento.

Progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

Al momento sono in teatro con la pièce “L’importanza di essere seri” di Oscar Wilde, messa in scena da Gilbert Desveaux. A gennaio saremo a Montpellier (ai 13 Vents) e a febbraio debutteremo a Parigi (al Théâtre de l’Ouest Parisien). Dopodiché, tra la fine di febbraio e marzo, sarò in tournée con i Tréteaux de France con lo spettacolo “Mademoiselle Julie” di August Strindberg, diretto da Robin Renucci.
Spero però di avere presto la possibilità di recitare in un altro film.

 

Grazie mille, Marilyne.

 

Roma, 3 Dicembre 2012

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