biennale arte 011
summer of the arts 02

Giardini della Biennale, Arsenale, padiglioni cittadini e varie location sparse tra Laguna e Terraferma

01 giugno/27 novembre 2011, Venezia

 

OscureAzioni vs IllumiNazioni
GIARDINI 1
<Introduzione    

di Gabriele FRANCIONI

Giardini/01: Padiglione Internazionale; Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Giappone, Corea; Proposte alternative (a).

Rumore Opaco

I padiglioni nazionali giustificano l’assegnazione dello specifico Leone d’Oro e sono a loro volta giustificati dalla necessità di dividere i costi di gestione (ciascuno paga per sé). L’identità nazionale, poi, non può essere rappresentata da un solo artista che li occupa, il quale, se affermato e spalleggiato da gallerie o altre istituzioni, sta come l’elefante nella classica cristalleria.

è il caso di Boltanski per la Francia, con un’installazione di complicata realizzazione (“Chance”) e gelida fruizione, che gioca con nascita e morte, destino e casualità, demografica accumulazione e memoria di antiche tecniche di stampa. Una rotativa-meccanismo fa scorrere rumorosamente seicento metri di neonati fotografati, accumulando su due display (sale laterali) la contabilità mondiale di decessi e nuovi nati e lasciando al visitatore-padre/madre la possibilità, con un tasto, di scegliersi la combinazione stocastica di occhi-naso-bocca del figlio, presi a caso tra i 600. Crudo, freddo e statico nel suo moto perpetuo, “Chance” è il manifesto delle poetiche boltanskiane declinate sub specie frigida.

 

Gianni Colombo

 

Altrettanto assertivo, rumoroso e ghiacciato è “Gloria” del duo Allora e Calzadilla, dei vicini Stati Uniti. Deboli le performance di alcuni atleti nelle sale interne, intrecciate al tema dell’identità nazionale. Efficace, invece, la rilettura dell’inesausto globetrotting bellico americano in giro per il pianeta: la maratona corsa dagli sportivi sul cingolato ribaltato e piazzato all’esterno è di un certo impatto. Francia e U.S.A., ad ogni modo, propongono opere chiuse, quasi “ufficiali”, che, trascorsa la mezzora di visita, sembrano imporsi solo per la natura di oggetti ingombranti e non lasciano traccia sui tempi lunghi della rimeditazione critica. Riassumono, nella qualità impositiva delle due opere (rumore e disposizione), il lato peggiore dello spirito di una nazione: colonialismo e sciovinismo culturali.
 

Nelson, l’Enigmista
Sorprendente, invece, il padiglione britannico, dove Mike Nelson si limita a colonizzare lo spazio espositivo, letteralmente risucchiando la struttura materica che ne è al centro, rifatta come dimora macerata e labirintica di un alchimista-fotografo-enigmista-curatore assente. è un cervello messo in forma disabitativa, una mente inabitabile e soffocata fattasi scultura, dentro la quale non poter esporre nulla che non sia il processo che l’ha concepito. Tattilmente scabro e primitivo, cromaticamente allucinatorio, vive dei e nei commenti dei visitatori impegnati ad evitarsi mentre s’inerpicano alla ricerca di una qualche rassicurante (distrutta) oggettualità e ragionano di opere correttamente assenti, come il loro creatore. Concettuale e cattivo, cioè il massimo (almeno per noi).


Servirebbero padiglioni-Tema al posto di questi edifici-nazione, che andrebbero invece ricollocati tutti, indistintamente, in città, favorendo ristrutturazioni e nuove acquisizioni.
 

La Storia procede, modifica gli equilibri geopolitici, ma noi ci ritroviamo sempre il Venezuela in mezzo alla strada, costretto a declamare l’arte immortale di Carlo Scarpa (che lo progettò) al posto di esili esibizioni di Nulla. L’Argentina di Villar Rojas, tanto per citare un altro paese del Sudamerica, avrebbe meritato di starsene qua, in bella vista, all’inizio del viale d’entrata.
 

Specchi/Lumina
Giappone e Corea sembrano essersi accordati sull’uso di specchi e videoproiezioni per creare nessi illuminativi, adottando superfici lisce e riflettenti rubate alla modernità dei grattacieli e che si pongono in netto contrasto con la fiamma di Urs Fischer, ma anche con il semplice taglio di luce di Diohandi. Forse Tabaimo (”Teleco Soup”), con l’amplificazione spaziale di un ambiente di piccole dimensioni sfondato tramite video animazioni di onde e skyline urbane senza tempo (dis)abitate o abitate solo da contrappunti floreali o anche con lo sfondamento verticale del pozzo centrale connesso al buco sul soffitto, ha fatto in tempo ad alludere all’ineluttabile connessione di ogni luogo antropizzato con le forze primigenie, ctonie che da sotto o sopra, come moto di terra o violenza d’acqua, possono riportarci quando vogliono al grado zero.

 

Christian Boltanski

 

Lee Yongbaek (“The Love is gone but the scar will heal”) è abbastanza trascurabile nei giochi di amplessi specchiati, mentre emoziona con i grandi video di esplosioni en ralenti, chiusi in un grande frame dorato. è la coazione a ripetere il big-bang o una semplice allusione, anche qui, alla fine di tutto, con adeguato corredo sonoro devastatore. L’emozione acustico-visiva istantanea l’abbiamo esperita solo qui e con Mirza.


Se dirigessimo la Fondazione Biennale, oltre a spostare tutti i padiglioni nazionali in città, porteremmo i migliori artisti under-35 indicati (e spesati) da ciascuna nazione invitata a vivere per almeno 6-8 mesi in neo-residenze rintracciate nell’area vicina a Via Garibaldi o, al limite, in Giudecca. Dopo un periodo di lavoro sul posto e di scambi con IUAV, Accademia, Bevilacqua e Buziol sotto forma di workshop collettivi - gli artisti residenti di queste scuole e fondazioni private interagirebbero con i suddetti under-35 - le loro opere andrebbero a occupare i Padiglioni-Tema, organizzati in base a indicazioni curatoriali precedentemente fissate. Mentre i padiglioni nazionali godrebbero della libertà di scelta richiesta dalle grandi gallerie e dalle istituzioni ufficiali e consentirebbero il recupero di un discreto numero di edifici della Venezia storica, ciascun Paese scegliendosi la sede in base alla disponibilità di fondi e al desiderio di auto esposizione (gli Stati Uniti, ad esempio, rimanendo nel solco di una tradizione d’interazione già consolidata, potrebbero anche solo appoggiarsi al Guggenheim), i Padiglioni-Tema sarebbero vincolati all’Idea e fortissimamente connotati. I visitatori non rinuncerebbero mai alla visita ai Giardini, ma si auto-imporrebbero anche un percorso cittadino arricchito da Spagna, Francia, U.S.A., Germania, Inghilterra etc. E Italia, of course: i luoghi simbolicamente significativi già presenti sono fin troppi, quindi la scelta di uno - o due - location andrebbe pensata con attenzione.

 

Materici + Concettuali
In cerca di un po’ di matericità senza luce, creiamo percorsi critici collegando Hany Armanious, padiglione Australia, e Nairy Baghramian, l’iraniana scelta da Curiger per lo spazio internazionale, entrambi con le mani in pasta in vari materiali, tra i quali il metallo produce un’imprevista eco d’inattualità. Armanious, con tanto di catalogo e copertina rigida, raccoglie oggettualità di recupero per assemblarla in modo da mimare geometrie del passato, addirittura il “Nez” di Giacometti o una testa picassiana, ma si diletta anche di cromatismi inaspettati (mattone blu). Baghramian preferisce sciogliere la vocazione per le superfici in un dialogo sensuale tra alluminio dei calchi geometrici e morbide forme surrealiste da essi prodotte (gli oggetti afflosciati daliani in gomma). La consueta sensualità geometrica degli scheletri della persiano-berlinese, de-iconizzata, moltiplicata, ridotta nelle dimensioni e abbandonata agli sguardi dei visitatori, guadagna in forza espressiva e non perde la matrice sommessamente politica nell’attimo in cui fissa le coordinate di azioni/reazioni tra spazio espositivo, il calco, e opera in esposizione.

 


Allora & Calzadilla

 

Forse la sala migliore del padiglione internazionale, che inevitabilmente gode della selezione vasta e variegata operata da Curiger, anche se la qualità è troppo discontinua. Se da un lato, infatti, possiamo gioire di due o tre declinazioni diversissime di minimalismo - la stessa Baghramian, caldo-polemista, Ryan Gander, rigoroso e silente con la sua moneta conficcata a terra, e Asier Mendizabal, ironico ed elusivo coi suoi parallelepipedi abbandonati a terra - che confermano la vitalità di una mai spenta variazione del concettuale (si veda anche l’eccezionale evento collaterale “PERSONAL STRUCTURES” a Palazzo Bembo), dall’altro non possiamo che dolerci per l’ennesimo miscarriage di Pittura e Quadro.


Bice Curiger: Pittura + fotografia, video + ludoteca (I).
Il duo Roder/Bratsch e Cyprien Gaillard (ma anche Christopher Wool) rappresentano, ciascuno a suo modo, quanto di più vecchio e inutile si possa immaginare: di collage d’etichette pop e di astrattismi di bassa fattura non abbiamo alcun bisogno. E se la fotografia propone acuti senza tempo - Ghirri, naturalmente - ma anche piccole delusioni (Sherman, fuori dall’abitudine alla stampa perfetta e incorniciata, vista anche a Punta della Dogana nel 2009, inganna gli sprovveduti dalle altezze siderali dei suoi autoritratti simili a carta da parati, in una sala che DOVEVA essere illuminata diversamente) e lavori discontinui, come quello di David Goldblatt, è comprensibile che il pubblico meno avveduto si sieda comodo su tutte le pause possibili di narratività (i video) e di gioco. Le occasioni sono molte, anche se non tutte ghiotte. Passata Cindy Sherman, ecco il pastiche ludico della bandiera egiziana ridotta, dagli originari cubi di pongo rossi/neri/bianchi della vernice di giugno, alle scritte declamatorie e alle morbide sculturine di agosto-settembre, sino allo sporco e indistinto piattume cromatico dei closing days. Perfetto esito di una mostra di massa: il pubblico, con quello che non capisce, si diverte. Guarda il decostruzionismo seriale della soap-opera di Nathaniel Mellors, trascorrendo mezzore davanti a uno schermo (coazione a ripetere il gesto e l’attitudine quotidiani) e altre mezzore a interrogarsi sulle teste parlanti, sempre di Mellors, poste tra le due salette di proiezione, che moltiplicano la faccia del protagonista.

 

Allora & Calzadilla

 

Ecco il nuovo grande smacco dell’arte contemporanea: non è più solo questione di distanze siderali tra fruitori che non sanno vedere o interpretare (letteralmente, etimologicamente diventati “idiotès”, idioti) e linguaggi autoriflessivi spostatisi altrove rispetto al quantum di cultura messo a disposizione dell’uomo della strada. Immaginiamo che anche trent’anni fa, attraversando Abramovic e Ulay nudi in uno spazio espositivo bolognese, le lontananza intellettuale tra presunte categorie d’interlocutori fosse abissale. Il problema è che se tutti si fermano davanti a una mini-serie-tv o impastano le mani nel pongo tricolore o appiccicano le loro foto nello spazio Frogtopia (divertente, colorato, friendly come il “Sex” di Vivienne Westwood), almeno un codice comunicativo, berlusconi permettendo, dimostrano di capirlo e riescono a decodificarlo, quello che prevede “gioco e narrazione ridotta ai minimi termini”: sono in pratica gli avanzi del menu-mediaset (quiz demenziali e serie-tv) propinatoci da quando esistiamo. è ovvio che si debba andare ben oltre, avvicinandosi alle arti performative o alla Performance Art - cui Biennale stava per dedicare un settore autonomo - ma intanto è naturale che i punti d’incontro si collochino in territori di più rozza o banale interattività.


In prospettiva sarebbe interessante riprendere il progetto della Biennale delle Arti Performative, che potrebbe svolgersi in contemporanea a Biennale Arte negli spazi delle Tese e dell’attuale Padiglione Italia, tenendo invece le Corderie per la nuova sede del Padiglione Internazionale, affidato sempre a un curatore scelto dalla Fondazione. L’edificio principale dei Giardini, invece, ovvero il problematico ex-padiglione italiano e ora internazionale, potrebbe accogliere artisti Over-35 di 8/12 nazioni per biennio, 2/3 per continente (considerando Australasia come un’unità), scelti da commissioni nazionali e costituenti un ponte tra gli Under-35 dei Padiglioni-Tema e le star dei padiglioni cittadini. L’edificio potrebbe anche essere radicalmente sostituito da una nuova struttura: il progetto di Francesco Cellini, a questo proposito, ha ancora una sua fattibilità (come quello di Moneo per il Palazzo del Cinema) e un sufficiente quantum di attualità estetica, rispettoso nei confronti del giardino di Carlo Scarpa e di una certa idea di venezianità.


Un altro lampo di Pittura è la doverosa presenza di Sigmar Polke (1941-2010), il quale però, come è stato spesso sottolineato, soffre il confronto con il se stesso esposto a Punta della Dogana.

 

Mike Nelson


Voci lontane, sempre presenti. Padiglione Internazionale (II)
Giorgio Andreotta Calò e Marinella Senatore si appartano con installazioni acustiche che avrebbero meritato un Leone ex-aequo: nel retro di una sala e nel giardino di Carlo Scarpa, raccontandoci Venezia da lontano, dalla dimensione del viaggio cui segue un ritorno e dal territorio attivo delle lotte operaie di Marghera. La sottolineatura della componente-Memoria e la rievocazione di qualcosa di apparentemente perduto hanno un ruolo centrale in entrambi i lavori.
Eastma Radio Drama (Senatore) raccoglie il lavoro e i materiali relativi a 500 persone tra operai, ex operai di Marghera e rispettive famiglie, studenti universitari di Iuav e Ca’ Foscari, gruppi di teatro, attori professionisti e non, emittenti universitarie, locali e regionali. Come si conveniva a una Biennale nata in epoca berlusconiana e chiusasi in piena morte politica di quel sistema politico primordiale, rozzo e ostile a tutto ciò che non fosse immediatamente comprensibile alle scimmie del governo, “E.R.D.” è stata confinata in pochissimi metri quadrati. Eppure, Senatore ci strappa alla visione coatta del caos espositivo e ci chiede tempo, pazienza e immaginazione, fino a emozionarci con un tavolino, alcune foto e le voci di un passato di lotta (continua), ascoltato grazie ad antiche cornette. Il radio-dramma è basato sulle lettere dal carcere di Augusto Finzi e Giorgio Sbrogiò, che sono segmenti dell’“Archivio operaio Augusto Finzi”, conservato nel Centro di documentazione di storia locale di Marghera. è questo un tempo remoto, ma tornato straordinariamente vivo nel medioevo attuale che gli operai e le loro famiglie attraversano a schiena dritta, mentre altri devono affrontare in perenne posizione china.
Il mondo recordativo di Andreotta Calò si muove invece in una dimensione processuale, inclusiva del tempo interiore che è richiesto alla lettura delle proprie origini - la città lagunare - guardate partendo da un “altrove”, nella fattispecie Amsterdam, facendosi novello Marco Polo rovesciato e indagando principalmente la qualità privata della memoria, spezzettata in tanti object trouvées dragati e poi collegati attraverso il continuum della voce narrante che riempie lo spazio aereo di Scarpa. Esperienza di per sé affascinante e necessaria, nel percorso della Biennale, per creare uno iato atemporale di pura sospensione nel caos audiovisivo del padiglione internazionale.

 

Ryan Gander

Di-video-grafie: ancora Padiglione del Curatore (III)
Usare il video secondo modalità opposte alla narratività temporalizzata significa fare scelte (anche) di documentazione o lasciare sul campo i lampi colorati di frame cromaticamente vivissimi: modi divisi/diversi d’intendere lo stesso supporto, ma uniti nell’intenzione forte di tenere separata la videoarte dal cortometraggio. Pipilotti Rist, dopo PEPPERMINTA e la collaborazione con Jean Nouvel, ragiona ormai per grandi o grandissime dimensioni (di schermo, di superficie). Nella serie di piccole vedute veneziane retroilluminate da segmenti policromi d’immagini in movimento pecca di eccessiva accumulazione sensoriale e le caramelle che offre, gustose ma facili e veloci da consumare, dovremmo potercele portare a casa, come in un rito gonzalestorresiano però totalmente ludico. Nella saletta scurissima in cui sono state piazzate, invece, soccombono presto. Omer Fast sarebbe anche un filmaker, quindi un intruder non gradito, ma il teatro dell’assurdo che mette in scena lo rende vagamente tollerabile. Gintaras Didziapetris - Lituania - raccontando l’evoluzione di un luogo, la capitale Vilnius, si autolimita e produce un trattenuto flusso documentativo mosso dalle pulsazioni infinitesimali di uno spazio che cambia.

Jack Goldstein (1945-2003) è presente con un video dove le evoluzioni coreografiche di un tuffatore dovrebbero descrivere linee di forza simili a quelle di eruzioni vulcaniche. In qualche modo la compagine dei videoartisti è qui una presenza forte, anche se assolutamente non compatta, mentre chi rientra nel campo delle grafie pittoriche o, all’opposto, del quadro materico, contribuisce a disperdere il senso e i già azzardati tentativi di stabilire nessi nel grande padiglione centrale ai Giardini. Jeanne Natalie Wintsch, paziente in ospedale psichiatrico e morta nel 1944, è la più interessante del trio formato insieme a Gedewon e Guy De Cointet. I suoi piccoli geometrismi elaborati tra razionalità e derive mentali, risultano molto più gradevoli, alternando pieni e improvvisi vuoti, del pur affascinante horror vacui dell’etiope Gedewon (1939-1995), autore di decorazioni ispirate al racconto di persone ammalate. Tra i pochissimi para-strutturalisti, e in quanto tale dichiaratamente concettuale, Guy de Cointet tempesta noi e la parete con l’ordinato disordine di frasi composte e disposte come geroglifici da (non) decifrare, che pongono domande e abbozzano figure create con le lettere. Un po’ troppo poco utilizzatore delle preziosissime porzioni di parete messegli a disposizione (meglio andarsi a vedere Opalka a PERSONAL STRUCTURES).



Amalia Pica

 

Noi, perPlessi
Rimandiamo il discorso su Mirza - strepitoso - all’Arsenale e saltiamo sia Cattelan (se n’è discusso troppo: è un grande artista/ forse si ritira/ qui ripropone i piccioni di 3 lustri fa/ amen) sia Tintoretto. Per diversissime ragioni. Da quelle di natura museografica relative all’opportunità di esporre le opere a ogni tipo di rischio - valori igrometrici sballati, discutibile sicurezza - sino a quelle pertinenti la loro collocazione a introduzione del percorso espositivo, a mo’ di manifesto declamatorio, ma anche con evidente criterio di abbandono all’assoluta incapacità di lettura del pubblico, fino, addirittura, alla loro imperfetta illuminazione (…). Per non dire dell’ipertrofica sottolineatura mediatica degli eventi-stampa legati alla presenza delle tele in Biennale come motore d’interessanti (ma elitari) incontri con curatori e artisti e tentativo di filtro nei confronti della città sorda e assente. Come abbiamo già scritto in occasione dell’evento collaterale “Personal Structures”, non c’è rimedio all’assenza di un qualsivoglia rapporto d’interazione tra popolo veneziano ed eventi di arti contemporanee, intese come teatro-danza-musica-cinema-arti visive. Il problema è endemico, attiene al blocco culturale di un grosso paese di provincia, quale è Venezia, rimasto fermo al 1797; all’assenza di una classe media e al ritrarsi delle altre due di fronte a tutto ciò che non abbia il sentore di Goldoni e di trapassato remoto in qualche modo spendibile o vendibile.

è lodevole tentare di coinvolgere la massa dei residenti con le gondolette inclinate di Plessi - un grande passo avanti rispetto ai consueti vetri di Murano- o portando in situ una delle glorie locali (J. Robusti), ma, con serenità e senza tema di smentite, possiamo affermare che il veneziano medio, tirato tra gloria pre-napoleonica e era internettiana, non ha la minima idea di chi siano Veronese, Tiziano, Tintoretto o Guardi (per non dire Vedova o Nono). L’unico valore attribuito alla propria città sta nella sua monetizzabilità, ovvero Goldoni, Casanova, e Vivaldi.
Venezia, invece, è SOLO CULTURA ALTA: renderla porto franco sponsorizzato da fondi stranieri non avrebbe nulla di scandaloso. Poiché già adesso si parla di Mestre-città e di Venezia-suo-centro-storico, privo di un Ospedale Civile autonomo, si abbia la coerenza d’incentivare quelle Fondazioni europee o extra-europee che intendano acquisire e ristrutturare edifici storici, palazzi sul Canal Grande o interi settori di città, se deputati alla fruizione culturale della stessa. O si procede in questo modo, oppure, nel giro di un decennio, i residenti veri e propri saranno al massimo 30-35mila e la seconda lingua parlata sarà il mandarino.

 

Karl Holmqvist


Minimalia (Curiger IV). Il fine giustifica il mezzo (espressivo)
Il francese Philippe Parreno, noto più come videoartista, si aggrappa al tema curigeriano e segue un percorso inverso a molti colleghi, producendo solo un grappolo geometrizzante di lampadine minimaliste, che illuminano l’entrata del Padiglione quasi si trattasse di una sala cinematografica felliniana. Anche Amalia Pica, argentina a suo agio con installazioni di ampie dimensioni giocate sul contrasto tra il bianco sempre presente e teorie oggettuali o festoni policromi, si accontenta di declamare, rovesciandolo, l’illumiNation-theme. Due simil-occhi-di-bue incrociano, su parete bianca, fasci luminosi di colori complementari - rosso e verde - massimamente contrastanti e nient’affatto esplicativi del processo creativo che anticipa e forma l’opera. Siamo in presenza di nascondimenti e oscurazioni e le tracce lasciate dagli artisti attraversano le sale spogliandole di un proprio senso compiuto, che va invece ritrovato superando l’ostacolo spaziale degli ambienti espositivi. NOI definiamo i nostri personalissimi parapadiglioni! In uno di essi, per pura assonanza d’opacità materico-geometrica, spingiamo a forza il para-poeta o artista testuale Karl Holmqvist, svedese, e le star Peter Fischli e David Weiss (che la Svizzera sia abbastanza presente è un dato di fatto incontestabile). Del primo dovremmo apprezzare l’ironico (tragico) omaggio ai 150 anni dell’Unità d’Italia, leggendo come un mantra «un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori» scolpito sull’esatta e inquietante copia in travertino del Palazzo della Civiltà all’EUR (in scala 1:50, of course). Effettivamente un para-ventennale si è appena chiuso, ma la sottile allusione e la scritta stessa non possono essere colte dal pubblico, coinvolto, semmai, dalla fotografabilità istantanea del parallelepipedo bucato da 77x4 aperture. Per iphone et similia, anche cilindri cavi e spesse lastre (Fischli/Weiss) sono perfetti, ma qui, effettivamente, grazie all’evocazione di geometrie astrali e planetarie, tra proiezioni della superficie lunare e rimandi a mini-monoliti inevitabilmente kubrickiani, il discorso si alza e si fa, allo stesso tempo, più aperto alla comprensione di tutti. Narrative Art(?) - Holmqvist - e Minimalismo, in una delle sue infinite variazioni, si pongono sotto una generica egida concettuale, a modo suo anch’essa esterna al diktat della curatrice.

 

Nathaniel Mellors

 

Fischli e Weiss, assolutamente trasversali in quanto a media utilizzati (e non da oggi), ma anche Parreno, Pica, Yto Barrada e mille altri, ci suggeriscono un’ulteriore traccia analitica per questa complessa Biennale Arte: non solo il tema delle illuminazioni è stato negato da mille oscurazioni, tese a nascondere invece che a svelare il processo creativo del singolo artista sempre più ripiegato su se stesso, ma la stessa linea poetica di ciascuno (se ve n’è una da qualche parte) è resa ulteriormente indecrittabile dalle continue/indefesse/illimitate peregrinazioni nei territori del Tutto Espressivo (inteso come “mezzo”). Tanto più ostinata è l’uscita dal campo visivo della critica quanto più forte è il desiderio di sottrarsi a una qualche classificazione e ricollocarsi - sempre nuovi o almeno rinnovati - entro contesti di mercato in cui, se non posso vendere la mia video arte, di certo riuscirò a collocare almeno una scultura trasportabile/inviabile e se le mie letture poetiche sfuggono una qualsiasi monetizzabilità, ecco il cubo silente pronto per le magioni del collezionista di turno.
Al di là di ogni arrampicata critico-analitica, che finisce inevitabilmente sugli specchi, la Biennale 011 ci dice quanto gli artisti occidentali siano terrorizzati sia dall’invasione dei loro colleghi asiatici, sia dal rischio di essere definiti non oggettuali, quindi invendibili. Dallo “Skulptur Projekte Munster” alle sculturine di questo “Spazio Numero 13”, insomma, si perdono galassie di creatività e proprio la sala di Fischli & Weiss è, per noi, l’epitome di questo riduzionismo diffuso, che ha un’altra chiara matrice nella crisi globale e nella necessità di farsi oggetto e non rimanere parola.

Et cetera: Padiglione Internazionale (V)
Scorrendo velocemente tra le sale, o ripercorrendole allo scopo di rintracciare nuovi elementi curatoriali per i nostri parapadiglioni virtuali degli artisti spazialmente lontani, cerchiamo di vedere quello che resta.
R.H. Quaytman ci avvolge in complessi arabeschi sensual-seriali e per certi versi andrebbe accostato a Gedewon & co, a parte la differente temperatura erotica, assente nell’africano; Nicolas Paris allestisce il minimo necessario per la sala Educational (la prima a sinistra), che due anni fa lasciò il segno con Massimo Bartolini, e ora si apre a un contributo equamente impalpabile di spettatori e bambini; ancor più difficilmente rintracciabili i segni lasciati da Bruno Jacob su fogli che arredano addirittura la sala tintorettiana.

 

Maurizio Cattelan

 

Acqua e vapore, in realtà, sono la materia annullata dalla luce, quindi svelano il processo concettuale che ha guidato la Curiger e, volendo, hanno un loro motivo di essere. Non ricordiamo se abbiamo citato Seth Price: le sue corde a rilievo non ci hanno colpito in alcun modo e rientrano tra le piccole/grandi delusione del P.I., illuminato, invece, dai migliori: Baghramian, Mirza, Mellors, Senatore e Calò, senza dimenticare Luigi Ghirri e l’inarrivabile Gianni Colombo.

 

oscur/azioni

summer of the arts 2011

01 giugno > 27 novembre