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Giardini/01: Padiglione Internazionale; Francia, Stati Uniti,
Gran Bretagna, Australia, Giappone, Corea; Proposte alternative (a).
Rumore Opaco
I padiglioni
nazionali giustificano l’assegnazione dello specifico Leone d’Oro e sono a
loro volta giustificati dalla necessità di dividere i costi di gestione
(ciascuno paga per sé). L’identità nazionale, poi, non può essere
rappresentata da un solo artista che li occupa, il quale, se affermato e
spalleggiato da gallerie o altre istituzioni, sta come l’elefante nella
classica cristalleria.
è il caso di Boltanski per la
Francia, con un’installazione di complicata realizzazione (“Chance”)
e gelida fruizione, che gioca con nascita e morte, destino e casualità,
demografica accumulazione e memoria di antiche tecniche di stampa. Una
rotativa-meccanismo fa scorrere rumorosamente seicento metri di neonati
fotografati, accumulando su due display (sale laterali) la contabilità
mondiale di decessi e nuovi nati e lasciando al visitatore-padre/madre la
possibilità, con un tasto, di scegliersi la combinazione stocastica di
occhi-naso-bocca del figlio, presi a caso tra i 600. Crudo, freddo e
statico nel suo moto perpetuo, “Chance” è il manifesto delle poetiche
boltanskiane declinate sub specie frigida.

Gianni
Colombo
Altrettanto
assertivo, rumoroso e ghiacciato è “Gloria” del duo Allora e
Calzadilla, dei vicini Stati Uniti. Deboli le performance di alcuni atleti
nelle sale interne, intrecciate al tema dell’identità nazionale. Efficace,
invece, la rilettura dell’inesausto globetrotting bellico americano in giro
per il pianeta: la maratona corsa dagli sportivi sul cingolato ribaltato e
piazzato all’esterno è di un certo impatto. Francia e U.S.A., ad ogni modo,
propongono opere chiuse, quasi “ufficiali”, che, trascorsa la mezzora di
visita, sembrano imporsi solo per la natura di oggetti ingombranti e non
lasciano traccia sui tempi lunghi della rimeditazione critica. Riassumono,
nella qualità impositiva delle due opere (rumore e disposizione), il lato
peggiore dello spirito di una nazione: colonialismo e sciovinismo culturali.
Nelson,
l’Enigmista
Sorprendente, invece, il padiglione britannico, dove Mike Nelson si
limita a colonizzare lo spazio espositivo, letteralmente risucchiando la
struttura materica che ne è al centro, rifatta come dimora macerata e
labirintica di un alchimista-fotografo-enigmista-curatore assente.
è un cervello messo in forma
disabitativa, una mente inabitabile e soffocata fattasi scultura, dentro la
quale non poter esporre nulla che non sia il processo che l’ha concepito.
Tattilmente scabro e primitivo, cromaticamente allucinatorio, vive dei e nei
commenti dei visitatori impegnati ad evitarsi mentre s’inerpicano alla
ricerca di una qualche rassicurante (distrutta) oggettualità e ragionano di
opere correttamente assenti, come il loro creatore. Concettuale e cattivo,
cioè il massimo (almeno per noi).
Servirebbero padiglioni-Tema al posto di questi
edifici-nazione, che andrebbero invece ricollocati tutti, indistintamente,
in città, favorendo ristrutturazioni e nuove acquisizioni.
La Storia
procede, modifica gli equilibri geopolitici, ma noi ci ritroviamo sempre il
Venezuela in mezzo alla strada, costretto a declamare l’arte
immortale di Carlo Scarpa (che lo progettò) al posto di esili esibizioni di
Nulla. L’Argentina di Villar Rojas, tanto per citare un altro paese del
Sudamerica, avrebbe meritato di starsene qua, in bella vista, all’inizio del
viale d’entrata.
Specchi/Lumina
Giappone e Corea sembrano essersi accordati sull’uso di specchi e
videoproiezioni per creare nessi illuminativi, adottando superfici
lisce e riflettenti rubate alla modernità dei grattacieli e che si
pongono in netto contrasto con la fiamma di Urs Fischer, ma anche con il
semplice taglio di luce di Diohandi. Forse Tabaimo (”Teleco Soup”),
con l’amplificazione spaziale di un ambiente di piccole dimensioni sfondato
tramite video animazioni di onde e skyline urbane senza tempo (dis)abitate o
abitate solo da contrappunti floreali o anche con lo sfondamento verticale
del pozzo centrale connesso al buco sul soffitto, ha fatto in tempo ad
alludere all’ineluttabile connessione di ogni luogo antropizzato con le
forze primigenie, ctonie che da sotto o sopra, come moto di terra o violenza
d’acqua, possono riportarci quando vogliono al grado zero.

Christian
Boltanski
Lee Yongbaek
(“The Love is gone but the scar will heal”) è abbastanza trascurabile nei
giochi di amplessi specchiati, mentre emoziona con i grandi video di
esplosioni en ralenti, chiusi in un grande frame dorato.
è la coazione a ripetere il
big-bang o una semplice allusione, anche qui, alla fine di tutto, con
adeguato corredo sonoro devastatore. L’emozione acustico-visiva istantanea
l’abbiamo esperita solo qui e con Mirza.
Se dirigessimo la Fondazione Biennale, oltre a spostare tutti
i padiglioni nazionali in città, porteremmo i migliori artisti under-35
indicati (e spesati) da ciascuna nazione invitata a vivere per almeno 6-8
mesi in neo-residenze rintracciate nell’area vicina a Via Garibaldi o, al
limite, in Giudecca. Dopo un periodo di lavoro sul posto e di scambi con
IUAV, Accademia, Bevilacqua e Buziol sotto forma di workshop collettivi -
gli artisti residenti di queste scuole e fondazioni private interagirebbero
con i suddetti under-35 - le loro opere andrebbero a occupare i
Padiglioni-Tema, organizzati in base a indicazioni curatoriali
precedentemente fissate. Mentre i padiglioni nazionali godrebbero della
libertà di scelta richiesta dalle grandi gallerie e dalle istituzioni
ufficiali e consentirebbero il recupero di un discreto numero di edifici
della Venezia storica, ciascun Paese scegliendosi la sede in base alla
disponibilità di fondi e al desiderio di auto esposizione (gli Stati Uniti,
ad esempio, rimanendo nel solco di una tradizione d’interazione già
consolidata, potrebbero anche solo appoggiarsi al Guggenheim), i
Padiglioni-Tema sarebbero vincolati all’Idea e fortissimamente connotati. I
visitatori non rinuncerebbero mai alla visita ai Giardini, ma si
auto-imporrebbero anche un percorso cittadino arricchito da Spagna, Francia,
U.S.A., Germania, Inghilterra etc. E Italia, of course: i luoghi
simbolicamente significativi già presenti sono fin troppi, quindi la scelta
di uno - o due - location andrebbe pensata con attenzione.
Materici +
Concettuali
In cerca di un po’ di matericità senza luce, creiamo percorsi critici
collegando Hany Armanious, padiglione Australia, e Nairy
Baghramian, l’iraniana scelta da Curiger per lo spazio internazionale,
entrambi con le mani in pasta in vari materiali, tra i quali il metallo
produce un’imprevista eco d’inattualità. Armanious, con tanto di catalogo e
copertina rigida, raccoglie oggettualità di recupero per assemblarla in modo
da mimare geometrie del passato, addirittura il “Nez” di Giacometti o una
testa picassiana, ma si diletta anche di cromatismi inaspettati (mattone
blu). Baghramian preferisce sciogliere la vocazione per le superfici in un
dialogo sensuale tra alluminio dei calchi geometrici e morbide forme
surrealiste da essi prodotte (gli oggetti afflosciati daliani in
gomma). La consueta sensualità geometrica degli scheletri della
persiano-berlinese, de-iconizzata, moltiplicata, ridotta nelle dimensioni e
abbandonata agli sguardi dei visitatori, guadagna in forza espressiva e non
perde la matrice sommessamente politica nell’attimo in cui fissa le
coordinate di azioni/reazioni tra spazio espositivo, il calco, e opera in
esposizione.

Allora & Calzadilla
Forse la sala
migliore del padiglione internazionale, che inevitabilmente gode della
selezione vasta e variegata operata da Curiger, anche se la qualità è troppo
discontinua. Se da un lato, infatti, possiamo gioire di due o tre
declinazioni diversissime di minimalismo - la stessa Baghramian,
caldo-polemista, Ryan Gander, rigoroso e silente con la sua moneta
conficcata a terra, e Asier Mendizabal, ironico ed elusivo coi suoi
parallelepipedi abbandonati a terra - che confermano la vitalità di una mai
spenta variazione del concettuale (si veda anche l’eccezionale evento
collaterale “PERSONAL STRUCTURES” a Palazzo Bembo), dall’altro non possiamo
che dolerci per l’ennesimo miscarriage di Pittura e Quadro.
Bice Curiger:
Pittura + fotografia, video + ludoteca (I).
Il duo Roder/Bratsch e Cyprien Gaillard (ma anche
Christopher Wool) rappresentano, ciascuno a suo modo, quanto di più
vecchio e inutile si possa immaginare: di collage d’etichette pop e di
astrattismi di bassa fattura non abbiamo alcun bisogno. E se la fotografia
propone acuti senza tempo - Ghirri, naturalmente - ma anche piccole
delusioni (Sherman, fuori dall’abitudine alla stampa perfetta e
incorniciata, vista anche a Punta della Dogana nel 2009, inganna gli
sprovveduti dalle altezze siderali dei suoi autoritratti simili a carta da
parati, in una sala che DOVEVA essere illuminata diversamente) e lavori
discontinui, come quello di David Goldblatt, è comprensibile che il
pubblico meno avveduto si sieda comodo su tutte le pause possibili di
narratività (i video) e di gioco. Le occasioni sono molte, anche se non
tutte ghiotte. Passata Cindy Sherman, ecco il pastiche ludico della
bandiera egiziana ridotta, dagli originari cubi di pongo rossi/neri/bianchi
della vernice di giugno, alle scritte declamatorie e alle morbide sculturine
di agosto-settembre, sino allo sporco e indistinto piattume cromatico dei
closing days. Perfetto esito di una mostra di massa: il pubblico, con
quello che non capisce, si diverte. Guarda il decostruzionismo seriale
della soap-opera di Nathaniel Mellors, trascorrendo mezzore davanti a
uno schermo (coazione a ripetere il gesto e l’attitudine quotidiani) e altre
mezzore a interrogarsi sulle teste parlanti, sempre di Mellors, poste tra le
due salette di proiezione, che moltiplicano la faccia del protagonista.

Allora &
Calzadilla
Ecco il nuovo
grande smacco dell’arte contemporanea: non è più solo questione di distanze
siderali tra fruitori che non sanno vedere o interpretare
(letteralmente, etimologicamente diventati “idiotès”, idioti) e
linguaggi autoriflessivi spostatisi altrove rispetto al quantum di
cultura messo a disposizione dell’uomo della strada. Immaginiamo che anche
trent’anni fa, attraversando Abramovic e Ulay nudi in uno spazio espositivo
bolognese, le lontananza intellettuale tra presunte categorie
d’interlocutori fosse abissale. Il problema è che se tutti si fermano
davanti a una mini-serie-tv o impastano le mani nel pongo tricolore o
appiccicano le loro foto nello spazio Frogtopia (divertente, colorato,
friendly come il “Sex” di Vivienne Westwood), almeno un codice
comunicativo, berlusconi permettendo, dimostrano di capirlo e riescono a
decodificarlo, quello che prevede “gioco e narrazione ridotta ai minimi
termini”: sono in pratica gli avanzi del menu-mediaset (quiz
demenziali e serie-tv) propinatoci da quando esistiamo.
è ovvio che si debba andare
ben oltre, avvicinandosi alle arti performative o alla Performance Art - cui
Biennale stava per dedicare un settore autonomo - ma intanto è naturale che
i punti d’incontro si collochino in territori di più rozza o banale
interattività.
In prospettiva sarebbe interessante riprendere il progetto
della Biennale delle Arti Performative, che potrebbe svolgersi in
contemporanea a Biennale Arte negli spazi delle Tese e dell’attuale
Padiglione Italia, tenendo invece le Corderie per la nuova sede del
Padiglione Internazionale, affidato sempre a un curatore scelto dalla
Fondazione. L’edificio principale dei Giardini, invece, ovvero il
problematico ex-padiglione italiano e ora internazionale, potrebbe
accogliere artisti Over-35 di 8/12 nazioni per biennio, 2/3 per continente
(considerando Australasia come un’unità), scelti da commissioni nazionali e
costituenti un ponte tra gli Under-35 dei Padiglioni-Tema e le star dei
padiglioni cittadini. L’edificio potrebbe anche essere radicalmente
sostituito da una nuova struttura: il progetto di Francesco Cellini, a
questo proposito, ha ancora una sua fattibilità (come quello di Moneo per il
Palazzo del Cinema) e un sufficiente quantum di attualità estetica,
rispettoso nei confronti del giardino di Carlo Scarpa e di una certa idea di
venezianità.
Un altro lampo di Pittura è la doverosa presenza di Sigmar Polke
(1941-2010), il quale però, come è stato spesso sottolineato, soffre il
confronto con il se stesso esposto a Punta della Dogana.

Mike Nelson
Voci lontane,
sempre presenti. Padiglione Internazionale (II)
Giorgio Andreotta Calò e Marinella Senatore si appartano con
installazioni acustiche che avrebbero meritato un Leone ex-aequo: nel retro
di una sala e nel giardino di Carlo Scarpa, raccontandoci Venezia da
lontano, dalla dimensione del viaggio cui segue un ritorno e dal territorio
attivo delle lotte operaie di Marghera. La sottolineatura della
componente-Memoria e la rievocazione di qualcosa di apparentemente perduto
hanno un ruolo centrale in entrambi i lavori.
Eastma Radio Drama (Senatore) raccoglie il lavoro e i materiali
relativi a 500 persone tra operai, ex operai di Marghera e rispettive
famiglie, studenti universitari di Iuav e Ca’ Foscari, gruppi di teatro,
attori professionisti e non, emittenti universitarie, locali e regionali.
Come si conveniva a una Biennale nata in epoca berlusconiana e
chiusasi in piena morte politica di quel sistema politico
primordiale, rozzo e ostile a tutto ciò che non fosse immediatamente
comprensibile alle scimmie del governo, “E.R.D.” è stata confinata in
pochissimi metri quadrati. Eppure, Senatore ci strappa alla visione coatta
del caos espositivo e ci chiede tempo, pazienza e immaginazione, fino a
emozionarci con un tavolino, alcune foto e le voci di un passato di lotta
(continua), ascoltato grazie ad antiche cornette. Il radio-dramma è basato
sulle lettere dal carcere di Augusto Finzi e Giorgio Sbrogiò, che sono
segmenti dell’“Archivio operaio Augusto Finzi”, conservato nel Centro di
documentazione di storia locale di Marghera.
è questo un tempo remoto, ma
tornato straordinariamente vivo nel medioevo attuale che gli operai e le
loro famiglie attraversano a schiena dritta, mentre altri devono affrontare
in perenne posizione china.
Il mondo recordativo di Andreotta Calò si muove invece in una dimensione
processuale, inclusiva del tempo interiore che è richiesto alla lettura
delle proprie origini - la città lagunare - guardate partendo da un
“altrove”, nella fattispecie Amsterdam, facendosi novello Marco Polo
rovesciato e indagando principalmente la qualità privata della memoria,
spezzettata in tanti object trouvées dragati e poi collegati attraverso il
continuum della voce narrante che riempie lo spazio aereo di Scarpa.
Esperienza di per sé affascinante e necessaria, nel percorso della Biennale,
per creare uno iato atemporale di pura sospensione nel caos audiovisivo del
padiglione internazionale.

Ryan Gander
Di-video-grafie:
ancora Padiglione del Curatore (III)
Usare il video secondo modalità opposte alla narratività temporalizzata
significa fare scelte (anche) di documentazione o lasciare sul campo i lampi
colorati di frame cromaticamente vivissimi: modi divisi/diversi d’intendere
lo stesso supporto, ma uniti nell’intenzione forte di tenere separata la
videoarte dal cortometraggio. Pipilotti Rist, dopo PEPPERMINTA e la
collaborazione con Jean Nouvel, ragiona ormai per grandi o grandissime
dimensioni (di schermo, di superficie). Nella serie di piccole vedute
veneziane retroilluminate da segmenti policromi d’immagini in movimento
pecca di eccessiva accumulazione sensoriale e le caramelle che offre,
gustose ma facili e veloci da consumare, dovremmo potercele portare a casa,
come in un rito gonzalestorresiano però totalmente ludico. Nella saletta
scurissima in cui sono state piazzate, invece, soccombono presto. Omer
Fast sarebbe anche un filmaker, quindi un intruder non gradito, ma il
teatro dell’assurdo che mette in scena lo rende vagamente tollerabile.
Gintaras Didziapetris - Lituania - raccontando l’evoluzione di un luogo,
la capitale Vilnius, si autolimita e produce un trattenuto flusso
documentativo mosso dalle pulsazioni infinitesimali di uno spazio che
cambia.
Jack
Goldstein (1945-2003) è presente con un video dove le evoluzioni
coreografiche di un tuffatore dovrebbero descrivere linee di forza simili a
quelle di eruzioni vulcaniche. In qualche modo la compagine dei videoartisti
è qui una presenza forte, anche se assolutamente non compatta, mentre chi
rientra nel campo delle grafie pittoriche o, all’opposto, del quadro
materico, contribuisce a disperdere il senso e i già azzardati tentativi di
stabilire nessi nel grande padiglione centrale ai Giardini. Jeanne
Natalie Wintsch, paziente in ospedale psichiatrico e morta nel 1944, è
la più interessante del trio formato insieme a Gedewon e Guy De Cointet. I
suoi piccoli geometrismi elaborati tra razionalità e derive mentali,
risultano molto più gradevoli, alternando pieni e improvvisi vuoti, del pur
affascinante horror vacui dell’etiope Gedewon (1939-1995), autore di
decorazioni ispirate al racconto di persone ammalate. Tra i pochissimi
para-strutturalisti, e in quanto tale dichiaratamente concettuale,
Guy de Cointet tempesta noi e la parete con l’ordinato disordine di
frasi composte e disposte come geroglifici da (non) decifrare, che pongono
domande e abbozzano figure create con le lettere. Un po’ troppo poco
utilizzatore delle preziosissime porzioni di parete messegli a disposizione
(meglio andarsi a vedere Opalka a PERSONAL STRUCTURES).

Amalia Pica
Noi, perPlessi
Rimandiamo il discorso su Mirza - strepitoso - all’Arsenale e saltiamo
sia Cattelan (se n’è discusso troppo: è un grande artista/ forse si
ritira/ qui ripropone i piccioni di 3 lustri fa/ amen) sia Tintoretto.
Per diversissime ragioni. Da quelle di natura museografica relative
all’opportunità di esporre le opere a ogni tipo di rischio - valori
igrometrici sballati, discutibile sicurezza - sino a quelle pertinenti la
loro collocazione a introduzione del percorso espositivo, a mo’ di manifesto
declamatorio, ma anche con evidente criterio di abbandono all’assoluta
incapacità di lettura del pubblico, fino, addirittura, alla loro imperfetta
illuminazione (…). Per non dire dell’ipertrofica sottolineatura mediatica
degli eventi-stampa legati alla presenza delle tele in Biennale come motore
d’interessanti (ma elitari) incontri con curatori e artisti e tentativo di
filtro nei confronti della città sorda e assente. Come abbiamo già scritto
in occasione dell’evento collaterale “Personal Structures”, non c’è
rimedio all’assenza di un qualsivoglia rapporto d’interazione tra popolo
veneziano ed eventi di arti contemporanee, intese come
teatro-danza-musica-cinema-arti visive. Il problema è endemico, attiene al
blocco culturale di un grosso paese di provincia, quale è Venezia, rimasto
fermo al 1797; all’assenza di una classe media e al ritrarsi delle altre due
di fronte a tutto ciò che non abbia il sentore di Goldoni e di
trapassato remoto in qualche modo spendibile o vendibile.
è lodevole tentare di
coinvolgere la massa dei residenti con le gondolette inclinate di Plessi -
un grande passo avanti rispetto ai consueti vetri di Murano- o portando in
situ una delle glorie locali (J. Robusti), ma, con serenità e senza tema di
smentite, possiamo affermare che il veneziano medio, tirato tra gloria
pre-napoleonica e era internettiana, non ha la minima idea di chi siano
Veronese, Tiziano, Tintoretto o Guardi (per non dire Vedova o Nono). L’unico
valore attribuito alla propria città sta nella sua monetizzabilità, ovvero
Goldoni, Casanova, e Vivaldi.
Venezia, invece, è SOLO CULTURA ALTA: renderla porto franco sponsorizzato
da fondi stranieri non avrebbe nulla di scandaloso. Poiché già adesso si
parla di Mestre-città e di Venezia-suo-centro-storico, privo di un Ospedale
Civile autonomo, si abbia la coerenza d’incentivare quelle Fondazioni
europee o extra-europee che intendano acquisire e ristrutturare edifici
storici, palazzi sul Canal Grande o interi settori di città, se deputati
alla fruizione culturale della stessa. O si procede in questo modo, oppure,
nel giro di un decennio, i residenti veri e propri saranno al massimo
30-35mila e la seconda lingua parlata sarà il mandarino.

Karl Holmqvist
Minimalia (Curiger
IV). Il fine giustifica il mezzo (espressivo)
Il francese Philippe Parreno, noto più come videoartista, si aggrappa
al tema curigeriano e segue un percorso inverso a molti colleghi, producendo
solo un grappolo geometrizzante di lampadine minimaliste, che illuminano
l’entrata del Padiglione quasi si trattasse di una sala cinematografica
felliniana. Anche Amalia Pica, argentina a suo agio con installazioni di
ampie dimensioni giocate sul contrasto tra il bianco sempre presente e
teorie oggettuali o festoni policromi, si accontenta di declamare,
rovesciandolo, l’illumiNation-theme. Due simil-occhi-di-bue
incrociano, su parete bianca, fasci luminosi di colori complementari - rosso
e verde - massimamente contrastanti e nient’affatto esplicativi del processo
creativo che anticipa e forma l’opera. Siamo in presenza di nascondimenti e
oscurazioni e le tracce lasciate dagli artisti attraversano le sale
spogliandole di un proprio senso compiuto, che va invece ritrovato superando
l’ostacolo spaziale degli ambienti espositivi. NOI definiamo i nostri
personalissimi parapadiglioni! In uno di essi, per pura assonanza
d’opacità materico-geometrica, spingiamo a forza il para-poeta o artista
testuale Karl Holmqvist, svedese, e le star Peter Fischli e
David Weiss (che la Svizzera sia abbastanza presente è un dato di fatto
incontestabile). Del primo dovremmo apprezzare l’ironico (tragico) omaggio
ai 150 anni dell’Unità d’Italia, leggendo come un mantra «un popolo di
poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di
navigatori, di trasmigratori» scolpito sull’esatta e inquietante copia
in travertino del Palazzo della Civiltà all’EUR (in scala 1:50, of course).
Effettivamente un para-ventennale si è appena chiuso, ma la sottile
allusione e la scritta stessa non possono essere colte dal pubblico,
coinvolto, semmai, dalla fotografabilità istantanea del parallelepipedo
bucato da 77x4 aperture. Per iphone et similia, anche cilindri cavi e spesse
lastre (Fischli/Weiss) sono perfetti, ma qui, effettivamente, grazie
all’evocazione di geometrie astrali e planetarie, tra proiezioni della
superficie lunare e rimandi a mini-monoliti inevitabilmente kubrickiani, il
discorso si alza e si fa, allo stesso tempo, più aperto alla comprensione di
tutti. Narrative Art(?) - Holmqvist - e Minimalismo, in una
delle sue infinite variazioni, si pongono sotto una generica egida
concettuale, a modo suo anch’essa esterna al diktat della curatrice.

Nathaniel Mellors
Fischli e
Weiss, assolutamente trasversali in quanto a media utilizzati (e non
da oggi), ma anche Parreno, Pica, Yto Barrada e mille altri, ci suggeriscono
un’ulteriore traccia analitica per questa complessa Biennale Arte: non solo
il tema delle illuminazioni è stato negato da mille oscurazioni, tese
a nascondere invece che a svelare il processo creativo del singolo artista
sempre più ripiegato su se stesso, ma la stessa linea poetica di ciascuno
(se ve n’è una da qualche parte) è resa ulteriormente indecrittabile dalle
continue/indefesse/illimitate peregrinazioni nei territori del Tutto
Espressivo (inteso come “mezzo”). Tanto più ostinata è l’uscita dal campo
visivo della critica quanto più forte è il desiderio di sottrarsi a una
qualche classificazione e ricollocarsi - sempre nuovi o almeno
rinnovati - entro contesti di mercato in cui, se non posso vendere la mia
video arte, di certo riuscirò a collocare almeno una scultura
trasportabile/inviabile e se le mie letture poetiche sfuggono una
qualsiasi monetizzabilità, ecco il cubo silente pronto per le magioni del
collezionista di turno.
Al di là di ogni arrampicata critico-analitica, che finisce inevitabilmente
sugli specchi, la Biennale 011 ci dice quanto gli artisti occidentali
siano terrorizzati sia dall’invasione dei loro colleghi asiatici, sia dal
rischio di essere definiti non oggettuali, quindi invendibili. Dallo
“Skulptur Projekte Munster” alle sculturine di questo “Spazio Numero 13”,
insomma, si perdono galassie di creatività e proprio la sala di Fischli &
Weiss è, per noi, l’epitome di questo riduzionismo diffuso, che ha un’altra
chiara matrice nella crisi globale e nella necessità di farsi oggetto
e non rimanere parola.
Et cetera:
Padiglione Internazionale (V)
Scorrendo velocemente tra le sale, o ripercorrendole allo scopo di
rintracciare nuovi elementi curatoriali per i nostri parapadiglioni virtuali
degli artisti spazialmente lontani, cerchiamo di vedere quello che resta.
R.H. Quaytman ci avvolge in complessi arabeschi sensual-seriali e per
certi versi andrebbe accostato a Gedewon & co, a parte la differente
temperatura erotica, assente nell’africano; Nicolas Paris
allestisce il minimo necessario per la sala Educational (la prima a
sinistra), che due anni fa lasciò il segno con Massimo Bartolini, e ora si
apre a un contributo equamente impalpabile di spettatori e bambini; ancor
più difficilmente rintracciabili i segni lasciati da Bruno Jacob su
fogli che arredano addirittura la sala tintorettiana.

Maurizio Cattelan
Acqua e vapore,
in realtà, sono la materia annullata dalla luce, quindi svelano il processo
concettuale che ha guidato la Curiger e, volendo, hanno un loro motivo di
essere. Non ricordiamo se abbiamo citato Seth Price: le sue corde a rilievo
non ci hanno colpito in alcun modo e rientrano tra le piccole/grandi
delusione del P.I., illuminato, invece, dai migliori: Baghramian, Mirza,
Mellors, Senatore e Calò, senza dimenticare Luigi Ghirri e l’inarrivabile
Gianni Colombo. |