
Quella stessa
inerzia (apparentemente) calcolata della messa in scena di eventi che
denunciano programmaticamente la loro inevitabilità, rintracciata nel
precedente THE VIRGIN SUICIDES, ritorna miracolosamente in questa prova di
dislessica delicatezza. Un piccolo oggetto levigato dal caso, che contiene
a mo' di perla il diario intimo, ma non affidato alla traduzione in
parola, di una contiguità amorosa, ma non esplicita, tra una moglie
ventenne e un attore di mezza età in crisi d'identità, entrambi naufragati
in un'isola -il Giappone- che li trattiene e li mette a confronto sul
tema:amerò ancora? o: è necessaria l'affabulazione nella comunicazione
amorosa?
Lampo delicato senza un plot di riferimento, il film enuclea poche cose
rendendocele immediatamente chiare nella loro impossibilità di essere
dette (ma, semmai, messe in forma di canzone).
Corpi traslati con indolenza verso una meta segnata dal garbo ostile dei
luoghi e delle culture sconosciute, Bob/Bill Murray e Charlotte/Scarlett
Johansson si lasciano trascinare dalla lingua dei giapponesi piuttosto che
dalla linea guida degli avvenimenti (quali?) e si offrono all'inevitabile
incontro in un ascensore d'hotel.
Al seguito del marito fotografo, l'una, e impegnato in remuneratissimi
spot demenziali - la tv nippo... - l'altro. Cordialmente abbandonati da
coniugi distratti da una ristrutturazione domestica o da superflue attrici
teenager, i due corpi progressivamente si attraggono. Ma non agiscono
attraverso volontà e intenzioni: piuttosto, lasciano che fili invisibili
li portino ora in piscina, ora in un ristorante in città, ora nella sala
del karaoke, a incontrarsi sempre. Ma mai ad agire l'amore e il sesso.
è proprio il karaoke a
rendere chiaro, per così dire, il senso della narrazione.
Una stanza dove il tempo -e i tempi evocati dalle canzoni- ma anche i
nessi interni a quei testi vengono gioiosamente abbandonati, dimenticati,
pur continuando a galleggiare nel quasi vuoto spaziale appena riempito da
persone che parlano lingue diverse e diversamente amano. Lasciano, invece,
spazio alla comunicazione non verbale.
Mai come in questo caso, un'infinita serie di musiche extradiegetiche
riescono ad aderire all'indefinitezza netta del "racconto", accordandosi
alla sospensione e disarticolazione degli eventi.
Se durante le interviste, le riprese degli spot televisivi o alla
reception di un ospedale, quasi tutto il senso si perde nella traduzione,
perché c'è un eccesso di depauperante esplicitazione (tradurre è sempre un
po' come tradire), l'ora del karaoke assiste ad un'epifania inattesa. Il
suono, che prolunga in sala il ronzio del fax notturno o la sveglia
automatica, accorda gli strumenti di anime perse/raccolte: Bob, la
cantante matura con cui finisce a letto, Charlotte. Il senso è finalmente
dissolto, una canzone va in transizione sull'altra, elevando ticchettii,
frastuoni, trilli e rumori indistinti al livello della parola che non è
capita, ma che essendo solo fonè, è multiversa, poetica, accettabile.
Le immagini transitano sullo schermo quasi senza uso della macchina da
presa e continue dissolvenze pongono fine ai già esigui tagli di montaggio
delle scene.
Si pensa più che altro a contenere i due protagonisti quasi sempre
all'interno della medesima inquadratura, che, peraltro, talvolta accoglie
democraticamente figure in transito momentaneo, come una buffa ballata
giapponese che attraversa lo spazio sonoro e svanisce.
Sofia Coppola, che viaggia anche attraverso i gusti e i tempi musicali,
riesce a dirigere le canzoni quasi fossero attori, e le mesce in un
fantasioso cocktail desafinado: l'urlo di Peaches, i Phoenix amici del
fratello Roman, Death in Vegas, My Bloody Valentine tutti insieme sono
puro sincretismo, ma anche i fedeli Air dal perfetto nome e, non presenti
nella colonna sonora perché solo evocati dal karaoke, Nick Lowe, Simon &
Garfunkel e Roxy Music, che il tono baritonale di Bill Murray trasforma in
un brano virtuale dei Joy Division.
Voto: 30/30
31.08.2003
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