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Nient’affatto facile la leggerezza di
questo film argentino. Davvero arduo riuscire a sospendere similmente
il racconto in un’atmosfera di quotidiana incompiutezza. Lo spunto
narrativo (la timidissima ricerca del fratello del protagonista
Martin, andatosene di casa), piuttosto che la solita “traccia”
minimale attorno a cui costruire il film, assume le sembianze come di
un corpo estraneo che si infiltra tra un tessuto di allusioni,
situazione ordinarie, false partenze della storia, eventi
sapientemente casuali, denso e aereo al tempo stesso. La regia è
sommessa fino all’umiltà, e di conseguenza riesce a fare pieno
affidamento alla recitazione degli attori senza che ciò si avverta,
senza che appaia come artificioso espediente espressivo. Soprattutto
per quanto riguarda l’ottimo attore che interpreta Martin, Nicolas
Matéo, che sfrutta una buona gamma di gestualità indecise, reticenti,
opache. L’opacità è una valida chiave di lettura del film, confermata
da un significativo e fuggevole istante del film in cui Luciana, una
ragazza incontrata per caso da Martin che ne è subito visibilmente
interessato, fotografa il protagonista con un fondo di bicchiere
davanti all’obbiettivo della macchina fotografica. È l’opacita che
pervade Nadar Solo a
fare del fratello scomparso non un vuoto angoscioso che ci si sforza
affannosamente di riempire, ma un senso di assenza soffuso,
vaghissimo, dolce perfino, mai banale, che si fa strada insinuante tra
i ripetitivi rituali del quotidiano (i superficiali incontri con i
genitori, freddi e distanti, le prove con il gruppo rock, le
incertezze scolastiche e così via). Acuña possiede il raro tocco
capace di non far prendere a questo senso di assenza una forma
definita, mantendolo come una sorta di lieve stonatura permanente. 21.11.2003
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