TIME AND TIDE
di Tsui Hark
recensione di
Gabriele FRANCIONI
E' da tempo che cerchiamo di vedere, inutilmente, ONCE UPON IN TIME IN
CHINA, capolavoro del cinquantenne Tsui Hark, coetaneo e collaboratore,
anche in veste di produttore, dell'altro mago riconosciuto del cinema
cino-hongkonghese, John Woo, ma dobbiamo accontentarci dei brutti film
hollywoodiani con Van Damme e, ogni tanto, di ottimi prodotti girati in
patria, come questo TIME AND TIDE, capaci di ritagliarsi uno spazio importante
all'interno di rassegne ricche di tradizione, come Cannes e Venezia.
Vale la pena svegliarsi molto presto per conquistare un buon posto all'interno
del Palagalileo, se è il giorno di Hong Kong, ovvero la frontiera
estetica della violenza stilizzata e del cinema di genere contaminato
con melò e commedia. E' vero, come va dicendo molta stampa da ormai
un paio d'anni, che l'omaggio sempre più frequente al far east
cinema è forse spesso un atto dovuto, talmente frequente da aver
ormai portato ad una europeizzazione di quella cultura visiva, ma questo
discorso vale esclusivamente per le nazioni "deboli" dal punto
di vista commerciale, almeno fino ad ora, del cosiddetto "cartello
orientale". Come dire che da registi cinesi e giapponesi, autori
di un prodotto mediamente alto ma incapace di confrontarsi al botteghino
con i film europei una volta sbarcato dalle nostre parti, arrivano sempre
più spesso opere che ammiccano alla nostra cultura e alle nostre
tradizioni cinematografiche, il che potrebbe, a lungo andare, snaturare
quel cinema, mentre Hong Kong, mercato ricchissimo sino al 1997, anno
dell'annessione alla madrepatria, non ha bisogno di operare mutazioni,
avendo già in sé una doppia anima linguistico-culturale,
che risale alla Cina e al Regno Unito, e che ne determina una solidità
anche economica.
Ecco allora che i film dell'isola camminano sicuri sui tragitti segnati
da una consolidata arte dell'equilibrio instabile tra action movie e disquisizioni
filosofiche sulla natura del Male e hanno talmente sicurezza di sopravvivere
con gli incassi in patria [intesa anche come Cina], che le partecipazioni
ai festival europei sono irrilevanti sotto questo punto di vista. Come
dire, insomma, che invitare film cinesi e giapponesi, per questi festival,
è ormai un obbligo e, se le pellicole ottengono premi e riconoscimenti,
la cosa inciderà sensibilmente sull'esistenza futura delle opere
[ da cui la succitata tendenza all'omaggio alla nazione ospite, forse
foriero di benevolenza, palme e leoni ], mentre i lavori hongkonghesi
possono fare a meno di una simile vetrina.
TIME AND TIDE, infatti, è più che altro un lusso visivo,
un godibilissimo videogioco ipercinetico, che i giornalisti gustano di
prima mattina, sapendo che il resto della giornata veneziana riserverà
loro oggetti d'arte cinematografica decisamente più pensosi e sofferti.
Mai vista tanta velocità e tanti tagli di montaggio in un film!
Incredibile, poi, l'abilità di Hark nel garantire alla m.d.p. una
serie di posizioni improbabilissime dalle quali riprendere un ottanta
per cento di scene d'inseguimento, esplosioni, sparatorie e un più
modesto venti per cento di oasi sentimentali.
Al centro della storia è Tyler, furbo e irrequieto ventenne di
Hong Kong, che mette incinta la poliziotta Jo, poco incline a unirsi con
lui e a condividerne lo stile di vita. Lui deve quindi trovare servizio
come guardia del corpo per trovare i soldi necessari al sostentamento
del nascituro. Durante il lavoro conosce l'ex-mercenario Jack, con il
quale inizia un rapporto di amore e odio, dal quale avranno origine diverse,
e spesso poco chiare, situazioni estreme, tra sparatorie e folli fughe
e rincorse nella caotica metropoli orientale.
Sebbene fin troppo veloce e adrenalinico, TIME AND TIDE si fa apprezzare,
nel suo complesso, per il ritorno di Hark ad un tono perlomeno più
ironico e scanzonato rispetto ai blockbuster degli anni hollywoodiani.
VOTO DI KINEMATRIX: 27/ 30
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