recensione di
Martina MUNGAI
Lise (Isabelle Candelier) fa la prostituta d'alto borgo per mantenere
sé e il figlio Bastien (Augustin Bartholomé). Lise è religiosa e
manda Bastien all'oratorio a cantare nel coro di padre André (Michel
Duchaussoy). Ma all'uscita dall'oratorio, una sera, Bastien corre
con le sue scarpe arancioni nuove di zecca, è travolto da un'auto,
entra in coma.
Eccoci qua, un altro dramma svenevole, un'altra tragedia di disgraziati,
un'altra storia strappalacrime per palati sentimentaloidi, dice
fra sé lo spettatore, e già si chiede quanto la fiction televisiva
abbia potuto contaminare il cinema.
Invece no. Lise, disperata, si convince che un pellegrinaggio al
suo paese natale, dove in passato si dice fosse apparsa la Madonna
e avesse posto fine a una terribile carestia, salverà il figlio.
Cerca di convincere padre André a seguirla perché, afferma, se lui
pregherà con lei, il miracolo avverrà, di sicuro. Ma il prete l'accusa
di superstizione, e nasconde il suo cinismo indifferente dietro
la scusa della propria vecchiaia e malattia. Insomma, rifiuta.
E Lise, che fa? Che può fare una donna sola resa spregiudicata dal
proprio dolore? Ecco la trovata del film, semplice e se vogliamo
geniale: Lise non ci pensa due volte, si arma di pistola e, con
una flemma impassibile, rapisce il sacerdote e lo porta con sé,
obbligandolo a "fare il suo mestiere".
 |
Inizia così il loro viaggio costellato di imprevisti e incontri
curiosi: la macchina che si blocca, il ritrovamento della madre
di Lise che ha perso la memoria e non la riconosce più, il confrontocon
i ritardati della casa di cura, l'aggressione di un gruppo di teppistelli,
l'aiuto da parte della cameriera di un ristorante cinese. Il film
attualizza lo schema del road movie, che si configura qui come un
percorso che porterà entrambi a interrogare e ritrovare se stessi
attraverso una serie di tappe e momenti epifanici.
E' soprattutto André a cambiare, grazie a Lise, donna "perduta"
ma armata di una volontà cieca e irragionevole, che lo contagia
con la sua credenza nella vita. La rappresentazione della fede data
dal film non è canonica ed è persino, a tratti, irriverente: il
prete viene più volte scambiato per l'amante della donna, ed è soccorso
da una cinese che parla solo la propria lingua e, mentre André la
guarda perplesso, recita di fronte a lui le preghiere, un po' comiche
agli occhi di un occidentale, della sua propria religione, quasi
a voler dimostrare chela fede è una e le persone parte di uno stesso
grande circuito universale.
Il "miracolo" alla fine si realizza, ma forse non è questo l'importante.
LISE ET ANDRÉ è un film sulla speranza, sulla fede non come religione
ma come desiderio; è un film senza pesantezza, senza dogmatismi.
Ben recitato, personaggi toccanti e ben costruiti, diretto con precisione,
bello il finale:la donna, avendo appreso al telefono che il figlio
si è svegliato, corre gridando e raggiunge il prete nel campo lungo
di un prato verdissimo, diviso in due zone d'ombra e luce dalle
nuvole che si muovono.
|