TO END ALL WARS
di David L. Cunningham
con Robert Carlyle, Kiefer Sutherland
Ciarán McMenamin e James Cosmo

E' la vera storia del capitano Ernest Gordon, un giovane soldato scozzese catturato insieme al suo reggimento dai giapponesi stanziatisi in Thailandia durante la seconda guerra mondiale. I prigioneri verranno costretti, a dispetto della convenzione di Ginevra, a costruire più di trecento chilometri di binari utili ai nipponici per invadere la Birmania. Il maggiore Ian Campbell progetta la fuga, ma verrà brutalmente ucciso, mentre il tenente Tom Rigden, egoista e solitario, si convertirà ai valori di dignità e sacrificio mostrati invece da Gordon e Dasty Miller.
"La pellicola", ha detto in conferenza stampa il regista, "vuole essere un film sulla spiritualità, non sulla religione. Manca infatti la preghiera". I prigioneri sono spinti dall'idea di una morte incombente e in agguato a stringersi in una microcomunità che studia Platone e le sue idee di giustizia, che applica il significato del perdono e la rimozione del desiderio di vendetta, che cerca continuamente il rapporto e lo scambio col proprio carnefice. Le condizioni igieniche e di salute degenerano lentamente fino a una totale confusione di corpi. Le scene cruenti servono proprio a confondere i corpi in unica umanità sollevata da una condizione spirituale nuova che supera ed esorcizza la morte, la guerra, la violenza.
A mio avviso la vera pecca del film è l'utilizzo eccessivo di una voce fuori campo, la voce narrante del capitano E. Gordon, che oltre a raccontare tutto, spiega pure tutto, la conversione, la trasformazione intima dei prigionieri, moncando così le immagini di un possibile potere suggestivo ed interpretativo. Lo spettatore, insomma, partecipa poco alla storia, non ha nulla da comprendere perché è già tutto spiegato, e riduce il suo ruolo a quello di ascoltatore passivo che subisce i fotogrammi proiettati sullo schermo.
Un'altra notazione: la camera a spalla segue continuamente i movimenti degli attori probabilmente per rendere l'idea della confusione e dell'agitazione all'interno del campo.
Mark Strong (Dasty), ha detto in conferenza stampa "Alla fine delle riprese eravamo tutti così amici che ci siamo tatuati chi simboli occidentali chi simboli orientali".
"Era davvero questo lo scopo del film", ha concluso il regista, soddisfatto del suo lavoro e dell'enorme disponibilità dimostrata dagli attori sul set.

Giuseppe SCATA'
04 - 01 - 02


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