IL SAPORE DEL SANGUE
di David Dobkin
con Joaquin Phoenix e Vince Vaughn



La provincia americana è ormai diventata, oltre che luogo fisico, contesto privilegiato di tanta narrativa e tanto cinema a stelle e strisce. Gli ambienti e le situazioni descritte prevedono, solitamente: il rapporto conflittuale del protagonista con ciò che lo circonda, siano spazi o persone (solitamente asfittici e meschine); l'intervento di una componente esterna che pone interrogativi e porta al climax della storia; lo scioglimento del nodo narrativo, con la fuga del protagonista o la ricomposizione del rapporto col luogo d'origine, su nuove basi.
In questo piccolo film volutamente di "serie B" (ma allora occorre definire anche una "C", una "D", etc), lo schema è quello descritto. L'antefatto è il classico tradimento consumato al sole di un paesino del Montana, dove a farne le spese è, more solito, un marito tanto stolto quanto codardo, ma capace di un gesto da leone, che ha il potere di sconvolgere le vite della moglie adultera dell'amante, impersonato dal sempre più affermato Joaquin Phoenix (DA MORIRE, IL GLADIATORE ). L'elemento esterno è un cavaliere solitario (il Vince Vaughn di LE LOCUSTE e PSYCHO), che sembra inoffensivo nella sua discesa verso il paesino bruciato dal sole, ma, in realtà è lì per portare tempesta.
Il cast è perfetto, perché Vaughn è ambiguo persino nel modo in cui ordina qualcosa al bar o s'accende la sigaretta, ma "vitale", mentre Phoenix sembra sempre covare lampi autodistruttivi da personalità "borderline", ma dietro un'apparenza da apatico figlio dei figli dei fiori. In due parole: dei grandi attori.
Il film scorre via veloce, tra autocitazioni di chi produce (Ridley Scott e la scena in cui l'investigatrice guarda ALIEN), e prove di solido mestiere da parte di chi dirige (David Dobkin, proveniente dai video musicali), il quale, sia ben chiaro, vorrebbe poter essere il Lynch di WILD AT HEART o, meglio, TWIN PEAKS; ma, in quei casi, la provincia descritta coniugava orrore e purezza, deriva mentale e linearità; dei sentimenti in modo tale che ogni dettaglio visivo (l'orecchio, la pompa che innaffia il prato, l'aerosol di Hopper, l'arredo dell'appartamento), ogni scena e ogni gesto degli attori fossero carichi di quella doppia e opposta valenza, mentre qui la netta distinzione Bene/Male mette presto fine alla speranza di trovarci immersi nel disagio per le successive due ore. Senza contare che la "calata" del serial killer appare, quanto meno, poco preparata anche da un punto di vista narrativo, così come non sufficientemente sviluppato l'incastro delle vicende di sangue relative a Vaughn con il dramma iniziale di Joaquin Phoenix (Clay Pigeons nel film, che poi è anche il titolo originale ).
Ideale, in ogni caso , per una visione da arena estiva.

Voto: 24/30

Gabriele FRANCIONI
17 - 08 - 01


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