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biennale arte 011
summer of the arts 02
Punta della Dogana / Palazzo Grassi
Collezione Pinault
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Identità come radice che va verso altre radici in mostra a Venezia
Venezia 2011: dopo il biennio di “Mapping the Studio” i palcoscenici di Punta della Dogana e Palazzo Grassi offrono al visitatore due mostre complementari, intitolate rispettivamente “Elogio del dubbio” e “Il mondo vi appartiene”, curate da Caroline Bourgeois. Tematica comune alle due esposizioni quella dell’identità, non concepita in maniera “illuminista” come individualità o appartenenza alla stessa nazione, ma come radice per la costruzione della relazione con l’altro. Artisti di diversa generazione provenienti dai quattro angoli del mondo colloquiano attraverso riflessioni comuni sul mondo moderno, dando vita a conversazioni trasversali su temi ormai più che attuali come la globalizzazione, l’interazione tra le culture, la violenza, la guerra, la minaccia terroristica. La prospettiva di entrambe le mostre è però positiva e propositiva: gli artisti delle nuove generazioni vivono in un mondo cosmopolita e “meticcio”, hanno speranza in un futuro aperto al dialogo e all’ibridazione tra le culture. Ad accomunare la percezione dello spettatore all’interno degli spazi espositivi, così diversi dal punto di vista storico e strutturale, è certamente la firma di Tadao Ando, che a Punta della Dogana e a Palazzo Grassi ha approntato interventi di aggiornamento architettonico funzionali e rispettosi del passato di questi edifici, dando vita a spazi fluidi e neutri perfettamente adatti ad ospitare le collezioni. Spettatore che, in entrambi i casi, è spinto ad avventurarsi all’interno delle due sedi espositive grazie al dialogo che è già in grado di stabilire con le opere allestite all’esterno dei due edifici. Il “Boy with frog” di Charles Ray, creato per Punta della Dogana in occasione di “Mapping the Studio”, è diventato opera permanente, emblema di una Venezia aggiornata e aperta al contemporaneo pur nel suo contesto storico, architettonico e urbanistico unico al mondo. Antistante l’ingresso di Punta della Dogana, la scultura bronzea di Thomas Schutte intitolata “Vater Staat” accompagna il visitatore: lo “Stato Padre”, isolato nel suo mantello che lo rende prigioniero, si erge immobile e inerte ad osservare i figli che non è più in grado di accudire, diventando metafora del potere illusorio e della perduta capacità di trasmissione di conoscenza ed esperienza. Sul pontone di Palazzo Grassi campeggia “L’Homme pressè” di Thomas Houseago, ibrido di dodici metri di altezza, rigido come un robot dalle fattezze di gorilla; il grande avvoltoio di Sun Yuan e Peng Yu, intitolato “Waiting” incombe da una posizione più rialzata, emblema delle minacce e paure che affliggono la società contemporanea. Anche varcata la soglia dei due edifici i visitatori hanno modo di affrontare percorsi simili a livello strutturale: a Punta della Dogana ogni artista è presentato nell’ambito di uno spazio dedicato e tuttavia aperto alla connessione e al confronto con gli altri, grazie ai passaggi fluidi e trasparenti propri dell’architettura di Tadao Ando; anche a Palazzo Grassi la maggior parte delle sale è dedicata a singole personalità, ad eccezione di tre spazi destinati al confronto tra due o tre artisti, che sottolineano come il tema del meticcio e dell’ibridazione sia grado di superare le barriere e attraversare i continenti. Valga allora il confronto tra El Anatsui e David Hammons, che affrontano la questione del dialogo tra tradizione africana o afro-americana e mondo moderno: i tappi di bottiglia stirati e cuciti tra loro di El Anatsui creano preziosi tessuti metallici ispirati ai colori tradizionali ghanesi. Hammons presenta tre tamburi tradizionali africani sovrastati da tre gatti dormienti intitolando l’installazione “High Level of Cats”, giocando col termine slang “cats”, che allude ai membri autorevoli della società afro-americana “altolocati” al di sopra dei tre strumenti musicali. Perfettamente coerente è anche il dialogo instaurato tra una delle celebri “Mappe” di Alighiero Boetti, frutto della perizia manuale delle artigiane afghane, che ricamarono ogni paese del mondo con i colori della sua bandiera, e l’opera di Frederic Bruly Bouabrè. L’artista ivoriano elegge l’automobile a simbolo unificatore e non discriminatore delle diverse nazioni: come i paesi di Boetti, i veicoli di Bouabrè recano i colori delle diverse bandiere nazionali, cancellando i confini geografico - politici tra i diversi stati. Il terzo spazio propone il confronto tra tre artisti che hanno scelto come fulcro della propria ricerca il passato sovietico e il suo peso: si tratta di Boris Mikhailov, Sergey Bratkov e Sisley Xhafa. I “Ritratti sovietici dipinti” di Mikhailov sono una parodia delle colorate immagini ufficiali di propaganda sovietica, fatte di colori pop estremamente saturi e artificiosi. I bambini – modelli di Bratkov provocano disagio, atteggiati e agghindati come divi dello show business sfidano lo sguardo dello spettatore: stride il confronto tra trucco e parrucco e innocenza che abita quei corpi ancora troppo acerbi. Xhafa affronta una tematica del recente passato: il dramma dell’emigrazione del suo popolo albanese nel corso degli anni Novanta è rappresentato attraverso un paio di pattini in cemento, incapaci di volare verso nuovi orizzonti a causa del peso opprimente del loro stesso materiale. L’idea di viaggio e ibridazione tra le diverse culture tuttavia traspare in tutte le trentotto sale di Palazzo Grassi: emblematica già dal titolo è l’opera che occupa l’intero atrio, “Contamination” di Joana Vasconcelos. Si tratta di un enorme struttura multicolore caratterizzata da “tentacoli” che invadono i diversi piani dell’esposizione. Un’opera di matrice organica in crescita costante, costituita da manufatti realizzati dalla stessa artista o recuperati nel corso dei suoi viaggi intorno al mondo: pezzi di stoffa, biancheria intima femminile, lavorazioni all’uncinetto, campanellini e gingilli di ogni sorta. L’installazione “Respirare l’ombra”, concepita da uno dei padri dell’arte povera, Giuseppe Penone, per l’ultimo piano di Palazzo Grassi, è fortemente legata a un concetto di viaggio al di fuori dello spazio espositivo: un’intera sala tappezzata da foglie di tè rimanda al mondo vegetale e alla forte affinità tra arte e natura. Le umili foglie sono elette opera d’arte, sia nella loro forma organica, sia nella forma più nobile e preziosa del bronzo tramutato in oro. La pacifica convivenza tra regno umano e vegetale si concretizza nel cono di foglie al centro dell’installazione, che all’interno del suo spazio cavo racchiude l’ombra, significativamente evocata dalla presenza degli organi preposti alla respirazione, polmoni e trachea, realizzati in foglie dipinte d’oro. L’odore intenso delle foglie di tè invade le stesse vie respiratorie dello spettatore, che con l’immaginazione è trasportato all’interno di questo mondo armonioso e pacifico. L’artista cinese Huang Yong Ping anima invece le sue opere con una duplice ispirazione, occidentale e orientale. Fondatore dello Xiamen Dada, collettivo di artisti interessati a creare una nuova identità culturale cinese che colleghi le tendenze del modernismo occidentale e le tradizioni orientali dello zen e del taoismo, per Palazzo Grassi ha dato vita a “Caverne”. Rappresentazione tridimensionale della caverna di Platone, lo spettatore osserva l’installazione da una posizione esterna privilegiata: un foro nella parete rivela l’interno del grosso meteorite, animato da prigionieri talebani e monaci buddhisti, la cui unica realtà è costituita da ombre di pipistrelli proiettate sul muro. Un mondo illusorio che li rende schiavi e ciechi, impossibili fruitori di un mondo reale esterno alla caverna. Il viaggio porta anche ai confini di un mondo post apocalittico: accanto alla caverna di Huang Yong Ping, rassicurante rifugio dei suoi ignari inquilini, sta la cupa foresta di Loris Grèaud, fatta di alberi scheletrici illuminati dalla luna, potenzialmente infiammabili perché ricoperti da polvere da sparo. Una sconcertante visione sul futuro dell’umanità è proposta anche nella sala successiva da Matthew Day Jackson, che presenta lo scheletro di un essere umano costituito da assemblaggi di diversi materiali, presagio delle mutazioni a cui il corpo potrà essere sottoposto in un’era futura. “Il mondo vi appartiene” propone insomma una molteplicità di collegamenti trasversali, che annullano le barriere geografiche e architettoniche tra le diverse opere. Stesso discorso vale per “Elogio del dubbio” a Punta della Dogana, dove pezzi storici colloquiano con produzioni più recenti sulla tematica dell’identità, in una maniera più introspettiva e incentrata sul rapporto col presente. La celebrazione del dubbio è la capacità di travalicare i limiti per mettere in discussione le certezze, interrogandosi sulla forza e fragilità dell’identità. Ecco allora che anche qui è possibile creare connessioni sul piano del senso, del discorso: i nove cadaveri marmorei di Cattelan, anonimi e inquietanti, dialogano coi “corpi umani blindati, svaniti e feriti” di Thomas Houseago. I mostri grotteschi di Paul McCarthy sono ibridi privi di identità, maschere che obbligano a riflettere sul vero volto della società odierna, ossessionata dall’oppressione sessista. Thomas Schutte medita sull’impatto che i sistemi politici contemporanei hanno sulla figura umana attraverso una serie di sculture intitolate “Efficiency Men”, figure spettrali dai volti in silicone colorato, generate da esili spirali in acciaio. Avvolti in pesanti coperte questi prigionieri incatenati sono emblema della corruzione della società odierna, impotenti quanto il “Vater Staat”, che osserva inerte i suoi figli sulla soglia di Punta della Dogana. Analogamente segnato dalla tematica dell’alienazione e della chiusura il video “Clown Torture (I’m sorry and no, no, no)” di Bruce Nauman evidenzia l’impossibilità di comunicazione tra due maschere, un clown e Pierrot. Anche le teste crivellate di fori, presenti già nei lavori di Nauman dagli anni Ottanta, sono deturpate e irriconoscibili, hanno perso la loro identità. A chiudere idealmente il percorso, isolato nella sala superiore del torrino di Punta della Dogana, fluttua l’abito da sposa di David Hammons. Ancorato a terra da un esile sostegno in ferro (come gli “Efficiency Men” di Schutte), veste una sposa fantasma, i cui sogni e speranze sono svaniti nel nulla come la sua persona. Innumerevoli sarebbero le connessioni tra gli altri pezzi in mostra: il vantaggio di “Elogio del dubbio” e “Il mondo vi appartiene” è proprio la presenza di una molteplicità di livelli di senso che consente al visitatore stesso di crearsi una propria mostra e una propria opinione sul mondo, attraverso collegamenti tra opere non necessariamente limitrofe geograficamente o architettonicamente. |
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oscur/azioni summer of the arts 2011
01 giugno > 27 novembre
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